Vita Vissuta: AFRICA, per cercare di capire e far capire

Prologo
Ho deciso di raccontare ” La mia Africa” (non quella di Karen Blixen), ma quella vissuta in tanti a nni di lavoro in numerosi paesi africani, mostrando spassionatamente quelle che sono state le mie esperienze di vita quotidiana nel confronto con un ambiente spesso ostile ma anche generoso e stimolante. Scrivo senza pregiudizi e preconcetti cercando di dare a coloro che vorranno leggermi un idea più corretta di quella che i media e i luoghi comuni attribuiscono a questo grande continente ricco di storia, di etnie, di drammi e di tensioni, ma anche di persone ricche di umanità.

Fabrizio De Robertis

La voglia di conoscere

Il traghetto della Tirrenia aveva lasciato da pochi minuti la banchina del porto di Napoli in direzione di Tunisi con la mia Land Rover parcheggiata nella stiva,piena di bagagli di ogni genere compreso un piccolo frigo da 80 litri e la mia cagnetta Diana, Finalmente potevo tirare un sospiro di sollievo dato che dopo mesi di tentativi di trovare un contratto di lavoro, di interviste con organizzazioni non governative, di anticamere alla Farnesina negli uffici della cooperazione allo sviluppo, ero riuscito a farmi dare una lettera di ingaggio come professore presso la facoltà di architettura di Algeri (EPAU Ecole Polytechnique d’Architecture et d’Urbanisme)che dovevo recapitare in loco prima dell’inizio dell’anno accademico. Negli anni ’70 se uno voleva fare il servizio civile, non era come al giorno d’oggi. C’era in vigore una legge (Pedini) che ti permetteva di sostituire il sevizio militare con quello civile, solo affrontando una permanenza di 24 mesi trasferendoti all’estero in un paese in via di sviluppo attraverso un programma bilaterale di cooperazione tra il MAE italiano e il paese in questione.Ero riuscito a rimandare la partenza per il CAR svariate volte adducendo i più diversi motivi, ma ormai con i carabinieri sotto il portone, prima che mi ritirassero il passaporto, avevo dovuto “scappare” e rendermi irreperibile sperando di sistemare le cose una volta giù in Algeria.
Dopo circa 24 ore lo sbarco a Tunisi e l’inizio del viaggio in terra d’Africa : quante volte durante i mesi precedenti la partenza mi ero immaginato quei momenti! Il sole accecante e l’aria bollente di quell’inizio settembre del 1978 riempivano i miei occhi e i miei polmoni ma tutto era magico! In quel contesto di odori, confusione, folla urlante sul molo, iniziava per me l’avventura della vita, quella vera, che avevo sempre sognato durante i lunghi anni di studio prima di laurearmi con il massimo dei voti e la lode. Mio padre presente il giorno della discussione della laurea, era uscito correndo dall’aula perché, lui, un militare tutto d’un pezzo, si era commosso quando uno dei professori aveva chiesto a gran voce per me la lode e i complimenti della commissione. Ed io non volevo deludere le sue aspettative ed avevo scelto, pur non avendo nulla contro il servizio militare, di non perdere 24 mesi di tempo, di iniziare subito un’esperienza lavorativa. Non immaginavo quanto questa esperienza avrebbe contato per me negli anni a venire!

La Land Rover ben si adattava alle strade sconquassate tunisine e sobbalzi, buche e traffico caotico mi accompagnavano verso la frontiera di Tabarqua . Qui i militari ansiosi di vedere quello che avevo portato con me mi diedero un primo assaggio di quello che potevano essere i rapporti tra un “bianco” cristiano occidentale e un arabo mussulmano orientale. Auto svuotata, valige aperte con il contenuto rovesciato per terra, attese di ore per sapere se avevo o no il diritto di recarmi in Algeria e soprattutto PERCHÉ volevo andarci. Era circa mezzanotte quando frastornato ho lasciato il posto di dogana per proseguire il viaggio. Faccio un piccolo inciso per dire che tra il posto di frontiera tunisino e quello algerino, non ci sono alcun decine di metri bensì circa 30 km che si snodano in mezzo a boschi di querce da sughero in una zona che è ” terra di nessuno” (oggi si direbbe una buffer zone), pericolosa e mal frequentata. Ma questo io non lo sapevo.

Al mattino presto l’arrivo alla frontiera algerina di Oum Tboul. Quattro doganieri assonnati mi hanno chiesto i documenti e dopo avermi fatto un po’ di storie per il frigorifero che avrebbero voluto volentieri trattenere per portarselo a casa, hanno timbrato tutto ciò che si poteva timbrare tra il passaporto e i documenti al mio seguito, e finalmente sono entrato in Algeria. (Avrò modo negli anni a seguire, di rendermi conto di come la ex colonia francese avesse assorbito dalla ex madre patria tutta la burocrazia e la gerarchizzazione della pubblica amministrazione con dei risultati a dir poco allucinanti).
Mentre guidavo cercando di catturare con gli occhi ogni singolo elemento che sfilava lungo il tragitto, cercavo di immaginare quello che poteva essere ormai il mio futuro in quella terra. E fantasticavo di viaggi nell’interno alla scoperta del deserto e delle oasi, del mare ricco di pesce e quasi vergine. Mi immaginavo di stringere amicizie con la gente del luogo e di imparare la loro lingua, di conoscere i loro usi e costumi e di studiare la loro cultura.
Una brusca frenata per evitare un asino in mezzo alla carreggiata, e una sbandata pericolosa mi riportarono alla realtà. Stava facendo buio e dovevo trovare un posto dove fermarmi.

La paura del buio

L’aria calda della notte filtrava attraverso la tenda che copriva la finestra spalancata sulla strada. Difficile dormire con quella temperatura.
Ero arrivato col buio a Skikda, cittadina di mare lungo la costa est, dove è presente Saipem dal 1968 con una raffineria ed un impianto di produzione di polietilene, e mi ero inoltrato nel centro cercando un albergo dove fermarmi. In una viuzza avevo trovato un’insegna con scritto Hotel in caratteri comprensibili e mi ero fermato lasciando l’auto proprio sotto la finestra della mia stanza. Nel mezzo della notte forse verso le 2 nel dormiveglia uno strano rumore proveniente dalla strada mi aveva fatto saltare giù dal letto e dalla finestra avevo visto che due persone stavano estraendo dalla Land rover i miei bagagli. Di corsa ho raggiunto il portone dell’albergo e con il proprietario anche lui svegliato dal trambusto sono uscito in bermuda e scalzo sul marciapiede. Mi sono infilato lungo la strada in salita che portava verso la direzione che avevo visto prendere ai ladri ma dopo una corsa a perdifiato di un centinaio di metri avevo dovuto desistere anche perché nel buio a destra e sinistra si perdevano numerosi vicoli ed era impossibile sapere dove si erano diretti.
In quel momento mi sono reso conto che stavo rischiando di brutto e ancora oggi sento nelle narici l’odore acre dell’immondizia che era ovunque anche tra i miei piedi scalzi che si mescolava a quello del cibo speziato che usciva dalle case. Il buio mi avvolgeva e strane voci mi arrivavano dai piani alti dei palazzi lungo la strada. Frasi di incoraggiamento a proseguire la caccia ed altre che mi consigliavano di lasciar perdere. Mentre ritornavo sui miei passi verso l’albergo il proprietario che mi era corso dietro mi ha detto che aveva chiamato la polizia e che dovevamo andare al commissariato subito.
La polizia algerina che avrei avuto modo di conoscere meglio negli anni successivi, si dimostrò molto efficiente. Ad una prima ricognizione del furto nell’auto, risultò mancare solo una valigia contenente molti effetti personali, vestiti e tutto un mondo di cose che avevo portato e che pensavo mi sarebbero servite durante la mia permanenza. Mi dissero di aspettare in una saletta del commissariato e dopo circa un paio d’ ore due poliziotti mi riportarono la valigia “intonsa”. Mi chiesero di verificare che non mancasse nulla, cosa che feci subito, ed in effetti tutto era al suo posto. Apro una parentesi perché ho detto che con me avevo la mia cagnetta Diana. Quando ero partito dall’Italia con lei già malata , non me l’ero sentita di lasciarla ai miei perché sicuramente sarebbe morta presto e volevo esserle vicino in quel momento. In auto nella sua cuccetta non aveva abbaiato durante il furto e quando, sceso di corsa avevo messo la testa sotto il telone , prima di correre dietro ai ladri, mi ero accertato che non le avessero fatto del male. Questo episodio, che fortunatamente per me si era risolto positivamente per quanto riguardava la questione materiale, gettava però una fosca luce proprio all’inizio della mia avventura.
La corsa nelle viuzze di Skikda nell’atmosfera densa della notte, carica di tensione e paura, mi riportava indietro a quando ero bambino e non volevo essere preda del buio. Nel resto del tragitto che mi portò ad Algeri il giorno seguente non cessavo di ripensare a quei momenti e mi dicevo che se volevo portare avanti la mia esperienza, in futuro non avrei più dovuto comportarmi così, non avrei più dovuto fare salti nel buio perché avrei potuto esserne inghiottito.
La casa che doveva essere il mio domicilio per i prossimi due anni, si trovava all’estremità ovest di Algeri in una zona conosciuta come la foresta di Bainem. La Cité de Bainem, un complesso residenziale di case HLM cioè case popolari, si adagia a gradoni lungo la collina che scende verso il mare suddivisa in 12 edifici di 4 piani. Il mio appartamento era situato al terzo piano ed essendo l’edificio il primo in basso avevo una splendida vista sul mare distante solo un centinaio di metri. Oltre la strada e lungo tutta la costa si sviluppa un insieme di casupole separate da vicoli stretti e muri alti di separazione tra le proprietà. Al di là, a tratti scogli scuri o piccole spiaggette con qualche barca di pescatori.
Il giorno dopo l’arrivo ho dovuto porre fine alle sofferenze della mia cagnetta, recandomi da un veterinario che dopo averla sedata l’aveva addormentata per sempre. Pensai di sotterrare Diana nella foresta dietro casa in modo da averla vicino e poter andare sulla sua tomba ogni tanto. Ma dopo due giorni dalla sepoltura nella fossa non trovai più nulla: i selvatici avevano utilizzato la sua carne per la loro sopravvivenza. Negli interrogativi che mi sono posto nei giorni successivi mi sono spesso chiesto se anche io avrei potuto essere una preda nel mondo in cui mi stavo inserendo.

L’Algeria degli anni ’80

Dal terrazzo del mio appartamento vedevo la fermata del bus che collegava Bainem al centro della città. Decine di uomini donne e bambini cercavano di entrare contemporaneamente dalla  porta posteriore del mezzo già strapieno. Il bus ripartiva inclinato di 30 gradi con la porta aperta e la gente attaccata in qualche modo a qualsiasi appiglio. Qualcuno dopo pochi metri cedeva e rovinava sull’asfalto e le macchine facevano lo slalom per evitarlo.

Lungo il largo marciapiede in terra battuta donne completamente coperte da un niqab bianco con bambini per mano  e in braccio, si dirigevano verso il mercato ortofrutticolo a qualche centinaio di metri di distanza. Pochi negozietti squallidi  con pochissima mercanzia: latte in polvere ricostituito confezionato in buste di plastica ,scatole di latte per neonati Nido, panetti di burro mezzo squagliato appoggiati in improbabili banchi frigo insieme a del formaggio non invitante. Su uno scaffale di fronte scatolette di fagioli o conserva di pomodoro di dubbia provenienza. Tubetti di arissa piccantissima. Semola per il kuskus. Più in là a poche decine di metri il fornaio con le sue baguette appena sfornate. Il profumo, un po’ acido era intenso lungo la strada e si sentiva a distanza. Purtroppo si mescolava con quello delle fogne a cielo aperto che proveniva  dalle stradine tra le abitazioni poste dall’altro lato della strada.

Mi trovavo in un paese che aveva appena perso il suo leader maximo Houari Boumedienne , eroe della guerra di liberazione e primo presidente dell’Algeria libera dal giogo francese ( su quanto fosse veramente libera ho i miei dubbi), che aveva sposato le tesi del socialismo scientifico nazionalizzando tutto il parco imprenditoriale e facendo gestire alle forze armate gran parte delle società. Alla sua morte, avvenuta in qualche clinica russa, il nuovo presidente Bendjedid, si era allineato con il suo predecessore e quasi nulla era cambiato.Gli scaffali erano restati  vuoti e toccava mettersi in fila davanti ai rari negozi che ricevevano qualche mercanzia e che la rivendevano a prezzi esorbitanti.

L’Università dove insegnavo si trovava dall’altro lato della città, ad est nel quartiere di El Harrach. Una strada costiera chiamata familiarmente la “moutonniere’ ( non ho mai saputo se si chiamasse  così perché una volta c’erano molte pecore che ci pascolavano oppure perché le persone incolonnate per kilometri lungo la strada sembravano pecore),

 

passava per quartieri ad impronta coloniale con porticati e edifici a più livelli ed altri prettamente moreschi con muri alti a protezione di patii di case ad un solo piano. La moschea della Pecherie col suo minareto slanciato nell’omonima  piazza lungo il mare fungeva da ritrovo per i tanti uomini senza lavoro che si aggiravano in una città che stentava a ritrovare lo splendore dei tempi passati.

Le società statali non erano certo il massimo della produttività e gli impiegati non sembravano  avere tanta voglia di lavorare per un salario di pochi dinari al mese, dinari che non avevano praticamente alcun valore. Questo faceva si che per le strade in un qualsiasi giorno lavorativo c’erano caffè pieni di giovani intenti a fumare,giocare a dama o a backgammon, masticando  tabacco che poi veniva sputato sul marciapiede insieme alle scatole di lamiera gettate ormai vuote che assorbite dall’asfalto caldo,brillavano al sole del mattino. Insegnando all’Università ho avuto modo di sedermi in quei caffè in compagnia dei miei studenti e di rendermi conto della dicotomia esistente tra un mondo composto di gente rassegnata, legata al posto fisso nelle imprese di stato, gente ormai spenta e arrabbiata per la sua condizione senza meriti né speranza nel futuro, ed una classe emergente fatta di figli di militari, politici,alti dirigenti delle società nazionali. Per questi ultimi il futuro era la speranza di lasciare il paese per una nazione europea o gli Usa.

Il tessuto sociale algerino inoltre era costellato di cooperanti prevalentemente dei paesi dell’est europa, russi principalmente, ma anche cechi, rumeni, bulgari, e poi cubani. Questi personaggi vivevano in un mondo parallelo perché pagati in parte dai loro paesi di origine in valuta pregiata e localmente dalla controparte algerina nei vari ministeri dove lavoravano, in dinari. Quindi pur se non avevano stipendi da favola comunque erano lontani anni luce dal popolo. I russi che spesso non parlavano altra lingua, erano concentrati tra le forze armate e la società di stato degli idrocarburi, i cechi erano nel mondo dell’insegnamento, i cubani nella sanità e negli ospedali. I cooperanti,o se vogliamo chiamarli istruttori, si controllavano vicendevolmente, cioè soprattutto tra i russi, c’erano degli individui che come compito principale avevano quello di verificare che gli altri non prendessero il volo…cioè sparissero per chiedere asilo politico in qualche paese estero. Non si respirava un’aria di libertà, e a tutto ciò bisognava aggiungere una strisciante ostilità di una parte della popolazione verso i “rouhmi”, cioè i cristiani altrimenti detti non credenti. Ma questo l’avrei vissuto sulla mia pelle in diverse occasioni durante i 4 anni passati ad Algeri.

L’aria diventa pesante

La mia casa si trovava a poche decine di metri dalla moschea di Bainem. L’edificio posto lungo un viale di platani in salita verso la foresta ospitava,come quasi tutte le moschee, una scuola coranica ( la madrassa). Quella mattina non insegnavo all’Università e mi stavo preparando ad uscire quando all’improvviso ho sentito delle grida provenire in direzione della moschea. Mi sono diretto di corsa verso il punto da cui provenivano le urla e ho assistito ad una scena che mi ha lasciato senza parole. Gli scolari, tutti bimbetti sotto i 10 anni, erano in fila lungo un muro visibilmente terrorizzati. Un uomo di circa 40 anni con una lunga barba alla talebana, e una galabia bianca, si accaniva con una frusta su un ragazzino a terra urlando a più non posso. Sono intervenuto strappandogli dalle mani la frusta e ammonendolo (parlando in francese) di fermarsi. L’uomo alterato e visibilmente contrariato mi si è scagliato contro inveendo in arabo e spingendomi via. A quel punto un insegnante francese che viveva nel mio stesso stabile, richiamato dal frastuono, si è frapposto tra me ed il “maestro” e dopo alcuni minuti di ulteriore tensione, l’uomo è rientrato dentro la moschea borbottando frasi incomprensibili.
Ho voluto menzionare questo episodio perché il mio intervento aveva scatenato una rabbia indicibile nei miei confronti da parte del maestro che si era visto “sminuire ” il suo potere sugli scolari, da parte di uno straniero per giunta non musulmano! Questo fatto mi serve per introdurre un problema che iniziava a serpeggiare in Algeria in quel periodo. Nel 1978 quando ero arrivato nell’Università ero rimasto colpito dall’atteggiamento moderno delle studentesse che si dimostravano particolarmente emancipate per essere delle donne musulmane. Già nel1980 però si incominciavano a vedere le ragazze che una volta vestivano all’europea, venire in aula col hijab ,

 

altre apparivano più reticenti ad esprimersi durante le lezioni commentando una tesi o un progetto solamente perché il loro professore era un uomo.Col passare dei mesi iniziarono le minacce, dapprima solo verbali, profferite dai ragazzi nei confronti delle studentesse che sembravano troppo disinvolte e non portavano il velo, poi passarono agli insulti pesanti e quindi alle mani, schiaffi pugni e calci, quindi alcune ragazze finirono in ospedale perché sfregiate sul viso con coltelli.I Fratelli Mussulmani avevano iniziato ad impestare con la loro ideologia il tessuto sociale e si infiltravano nelle istituzioni obbligando coloro che non erano d’accordo,con la forza e la delazione, a subire supinamente.


E pensare che nel 1953 ad Algeri alcune donne si erano tirate via i veli tra gli applausi dei Pied Noirs francesi! Tutto cominciò a cambiare dopo la rivoluzione iraniana di Khomeini e nel 1980, dopo due anni che mi trovavo ad Algeri, nei quartieri più poveri , nelle Università e anche nelle zone per nuovi ricchi come Hydra ed El Biar, si cominciavano a vedere se pur di rado anche i neri costumi importati dall’Arabia Saudita, lunghi fino ai piedi con anche gli occhi coperti con un velo nero e due buchini invisibili, il famigerato Burqua che oggi va tanto di moda in paesi islamici e non solo.
Lasciandomi alle spalle le costruzioni dell’Epau, mi dirigevo con la Land Rover lentamente verso Bainem. Dovevo percorrere circa 25 km e il traffico delle 18 non mi dava scampo. Incolonnato sulla Moutonnière guardavo le vetture al mio intorno ed i loro occupanti. Erano i giorni precedenti l’inizio del Ramadan, il mese sacro dei musulmani, ed in una camionetta Peugeot 204 residuato bellico lasciato da qualche francese scappato dopo la battaglia di Algeri, trovavano posto sul cassone 3 montoni terrorizzati, due bambini e 4 donne completamente velate. Nell’abitacolo due uomini sulla cinquantina fumavano e sputavano tabacco fuori dai finestrini. L’aria salmastra proveniente dal porto che in linea d’aria era a poche centinaia di metri, non riusciva a spazzare il puzzo dei gas di scarico dei motori diesel vetusti che all’intorno davano ancora vita ad un parco macchine disastrato. Alcuni giorni per percorrere la distanza che mi separava da casa impiegavo anche più di un’ ora e lungo il percorso riflettevo sulle contraddizioni di questo popolo e su quale avrebbe potuto essere il suo futuro. In Algeria ci sono diverse etnie, sulla costa est vivono i Cabili, una popolazione autoctona, berbera fiera e indomita.


Durante la guerra d’indipendenza diedero filo da torcere ai francesi e nei secoli precedenti mai hanno chinato la testa ai vari invasori, dai turchi agli arabi. Le loro donne non vanno in giro col velo e il rapporto con gli uomini non è di sottomissione. Spesso sono biondi e hanno gli occhi celesti. Per questo sono invisi alla maggioranza delle etnie arabe e sono stati sempre repressi duramente dai vari governi che si sono succeduti dopo l’indipendenza all’ottenimento della quale i Cabili hanno versato un contributo di sangue non indifferente.
La situazione nei mesi seguenti continuò a deteriorarsi e non fu un caso che la prima vittima della guerra islamista in Algeria scoppiata negli anni che seguirono, fosse proprio una liceale cabila che a Meftah, per aver rifiutato di mettere il velo, fu assassinata con più colpi di fucile alla testa. Il resto è cronaca dei giorni nostri.

Il viaggio

L’aria gelida della notte riempiva il cassone della Land Rover mentre mi apprestavo a caricare il sacco a pelo, alcune bottiglie d’acqua, dei pacchi di biscotti, e la borsa con due maglioni e lo spazzolino da denti. Erano circa le 9 di sera quando insieme a Toufik, un mio studente del 3 anno,lasciavo Bainem per andare a Biskra. Mi ero offerto di accompagnarlo a trovare la sua famiglia durante le festività di fine anno quando mi aveva detto che sarebbe partito con l’autostop.( circa 500 km).La voglia di scoprire il sud dell’Algeria accompagnato da una “guida” locale mi aveva attirato e avevo organizzato la partenza senza pensarci su troppo. La strada si inerpicava lungo le colline dietro Algeri per raggiungere la vallata di Bouira. Poche vetture si incontravano lungo la strada e bisognava fare molta attenzione perché spesso le auto non avevano luci di posizione e lungo il bordo si incontravano  persone ed animali. Passavamo per villaggi con case dalle porte sbarrate e circondate da muri alti e bianchi di calce. Non c’era gente in giro e quei pochi che sfidavano il vento gelido erano coperti da scuri caftani col cappuccio tirato su e filavano di corsa verso casa. Sicuramente erano andati a comprare un litro di latte e qualche galletta per sfamare la loro famiglia numerosa. Così perlomeno mi raccontava Toufik che figlio di un piccolo commerciante, grazie ai risparmi del padre poteva frequentare l’Università e sperare in una vita migliore. Il livello medio della popolazione, più dell’ 80%, aveva difficoltà serie ad arrivare a fine mese. Le famiglie sempre molto numerose seguivano il metodo patriarcale con gli anziani che decidevano tutto e i giovani che se maschi andavano a cercare un lavoro qualsiasi per portare qualche dinaro a casa e se femmine venivano spinte a trovarsi al più presto un marito per sgravare la famiglia dal loro peso economico. Come ho già avuto modo di dire del  20 % restante facevano parte le famiglie dei militari,degli alti funzionari statali, dei politici.

La strada si faceva stretta e tortuosa quando dopo alcuni tornanti raggiungemmo Bou Saada. Era mezzanotte passata e accostammo dietro alcune case dagli alti muri di recinzione  per ripararci dal vento freddo e in qualche modo ci apprestammo a chiudere gli occhi, buttati su una coperta dentro il cassone telonato dell’auto. Il mio amico Toufik aveva solo il suo caftano di lana pesante per ripararsi dal freddo e se fuori la temperatura era di 4/5 gradi, dentro l’auto era molto simile.

La luce accecante del deserto faceva stagliare nel blu cobalto del cielo i grossi massi che sul lato della strada costeggiavano la carreggiata. Il freddo intenso della notte stava lasciando spazio al tepore delle prime ore dopo l’alba, quando da lontano cominciammo a scorgere le oasi prima di Biskra. La città che si trova nell’Aures, è una base eccezionale per visitare quelle zone ancora molto selvagge del sud est algerino. Ci fermammo nell’oasi di Baniane e Toufik mi condusse in una sorta di micro albergo incastonato tra le palme e il letto secco di un wadi.

Dopo una colazione a base di spiedini e latte acido ritornammo sui nostri passi nella penombra del palmeto sottostante l’albergo. Ci accorgemmo allora, che qualcuno aveva divelto i tergicristalli dell’auto e tirato delle pietre contro il radiatore. A poca distanza un gruppo di ragazzi rideva e manifestamente si beffava di noi. La reazione del mio amico fu immediata e si slanciò  contro il gruppo con l’intento di litigare. Non avrei mai immaginato che mi sarei trovato nella condizione di doverlo usare per difendermi, ma rapidamente tirai fuori da dietro il sedile dell’auto un machete che tenevo a portata di mano per ogni evenienza e mi diressi correndo verso il gruppo che già stava sovrastando il buon Toufik che sanguinava da un sopracciglio e inveiva contro i suoi connazionali.

La storia si è conclusa con un po’ di paura e molta rabbia perché il gruppetto si è dileguato al mio sopraggiungere minaccioso ma ha continuato a bersagliarci con pietre e insulti fino a quando non ci siamo lasciati alle spalle l’oasi. Più tardi Toufik mi ha spiegato che quell’atteggiamento aggressivo era stato motivato dal fatto che la targa della mia auto era riconoscibile per essere di uno straniero che lavorava in Algeria. Da quelle parti non hanno un bel rapporto con gli stranieri e successivamente ho anche compreso perché. La maggioranza dei cooperanti non è di religione musulmana, mangia il maiale, beve alcolici, frequenta donne e gode di una notevole disponibilità economica. Motivi più che validi per essere considerati degli infedeli ed essere vandalizzati e se possibile anche ammazzati.

Al nostro arrivo a Biskra, Toufik mi guidò all’interno della città fino a che arrivammo nella piazza del mercato  di fronte alla moschea Barkat Abd Rahman. Il souk si estendeva su una superficie enorme forse quasi un ettaro ed era composto da centinaia di carrettini posti uno di fronte all’altro con una copertura continua di teloni. Praticamente si camminava al coperto lungo stradine larghe forse un paio di metri. Ci siamo fermati per mangiare qualcosa in uno dei tanti botteghini con una fila di sgabelli posti lungo una sorta di bancone di legno. Al di là del tavolone, due uomini grossi e grassi con pantaloni a sbuffo e in camicione che una volta doveva essere bianco, ma che ora tendeva al viola, servivano direttamente in ciotole di coccio prendendo da  due pentoloni fumanti da una settantina di cm di diametro, una zuppa di fave piccantissima e molto saporita. Il frastuono era assordante e l’odore delle spezie si mischiava con quello del gas che alimentava i fornelloni. Nonostante la temperatura fosse rigida le fave ci avevano scaldato e il vociare del mercato ci aveva fatto dimenticare la brutta avventura di Baniane. Uscimmo all’aperto e respirammo a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino.

 

Cenni biografici su Fabrizio De Robertis : Nato a Napoli nel 1951, laurea in Architettura presso la Sapienza di Roma nel 1977, ho  iniziato a conoscere l’Africa dal 1978 fino al 1994. Dopo aver perso il lavoro a causa di Tangentopoli, ho creato con mia moglie Cristina un Agriturismo dal nulla a Gubbio, dove vivo attualmente. E’ stata una attività che ci ha dato grandi soddisfazioni e che abbiamo chiuso definitivamente quest’anno. Adesso mi godo la vita qui in mezo alle montagne, con i miei  quattro schnauzer…..

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione e d'opinione dell'associazione Milano Metropoli.org

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