Algeri Tunisi Express -seconda parte

Stavo sognando sicuramente quando un soffio freddo sul viso mi fece trasalire e piombare nella realtà. Aprii gli occhi e nel primo chiarore della mattina  cercai di capire da dove provenisse. Girandomi sulla sinistra mi accorsi che il finestrino in plastica trasparente del telone di copertura dell’auto, mostrava un taglio a mezza luna lungo una quarantina di cm. La brezza mattutina che veniva dal mare  faceva sbattere il pezzo tagliato contro la tela imitando in qualche modo il rumore della risacca. “Filippo, Filippoooo, cazzo svegliati!

Ci hanno derubato! ” Mi catapultai fuori dall’auto pensando che magari il fatto fosse appena successo e i ladri fossero ancora in vista. Uscendo dalla porta inciampai nella leva del cambio e miseramente caddi a testa in giù sulla sabbia imprecando. Filippo allertato dalle mie grida era uscito dalla R4 e si stava guardando at”Maccheminchia è successo Fabri? Niente ho sentito! Mi hanno aperto il finestrino anteriore e…” In quel mentre Filippo fece il gesto abituale che gli consentiva di poter utilizzare gli occhi, cioè cercare gli occhiali sul cruscotto dove li aveva appoggiati la sera prima.” Va a ghittari saungu ru curi! Sti rugnusi, figghii ri buttana, gli occhiali mi fregarono, e adessu come minchia faccio?” Ciò detto iniziò una ricognizione all’interno dell’auto per vedere cosa altro gli mancava. Da parte mia avevo visto che mi avevano rubato la borsa che era appoggiata in bella mostra sul passaruota dietro il finestrino di plastica. Dentro c’era praticamente….tutto….tutto quello che mi serviva per fare quello che stavo facendo, cioè: attraversare le frontiere/passaporto, guidare/patente internazionale, salire sul traghetto/biglietto e  carta d’imbarco, denaro, oltre ai miei ray ban e altre cosettine…maledizione! A quel punto, dopo essermi rialzato da terra, mentre ascoltavo Filippo che inveiva, mi guardai attorno per vedere se c’era qualcuno che stesse fuggendo e ….non vidi nessuno….ma guardando con più attenzione e gli occhi iniettati di sangue dalla rabbia, sgomento mi accorsi del luogo dove eravamo capitati. Si trattava di una sorta di cava dismessa, probabilmente di caolino, che dalla corniche sulla quale eravamo transitati la sera, scendeva verso la spiaggia con dei gradoni larghi forse due o tre metri.

Su ognuno di loro c’erano delle cavità tipo piccole grotte, che erano abitate. Ecco cosa erano i lumini da cimitero che avevo visto la sera prima dal mare! Eravamo capitati in una sorta di “città parallela” dove viveva, anzi sopravviveva, una parte della popolazione  meno fortunata di Annaba. Una specie di discarica a cielo aperto, che al buio non avevamo avuto il modo di notare, dove adesso, mentre il giorno stava vincendo la sua battaglia quotidiana con l’oscurità, si cominciavano a vedere esseri  umani vestiti di stracci, uscire dai buchi nel caolino e scendere verso il mare per lavarsi. Già alcuni, mentre Filippo ed io ci guardavamo negli occhi increduli e non riuscivamo a staccare lo sguardo da quella realtà,  ci erano passati vicino come dei fantasmi e avevano iniziato le abluzioni. ” Ascolta Filippo, dobbiamo sbrigarci, abbiamo ancora due giorni a disposizione prima della partenza del traghetto. Corriamo in albergo da Francesco, anzi, tu vai da lui, gli spieghi e ti fai dare dei soldi , io devo andare alla polizia a denunciare il furto perché senza la denuncia, all’Ambasciata non mi rilasciano un altro passaporto, a te per fortuna non l’hanno fregato! Vedi di trovare un volo da Annaba ad Algeri A/R stamattina, compra il biglietto e aspettami all’ aeroporto. Non so se riuscirò a fare tutto oggi e a rientrare qui  in serata, ma ci proverò, molto dipenderà dall’ambasciata”. Detto ciò salimmo in auto e sgommando sulla sabbia ci dirigemmo ciascuno verso la propria destinazione. 

L’edificio della gendarmeria sembrava un fortino. Tutte le finestre erano sbarrate e se non fosse stato per la bandiera algerina che sventolava sul pennone, si poteva credere che nessuno frequentasse quel posto. Erano le 6 del mattino e purtroppo fino alle 8 non sarebbe venuto nessun poliziotto. Quindi parcheggiai davanti al cancello  e mi disposi ad aspettare nervosamente l’apertura degli uffici. La strada era deserta e quindi ogni volta che vedevo in lontanaza avvicinarsi un’auto speravo che fosse quella del gendarme che veniva ad aprire la stramaledetta porta, e più il 

tempo passava e più diventavo nevrastenico. Sapevo che avevo i minuti contati. Quando alle 8,25 di quel maledetto mercoledì finalmente il poliziotto arrivò e aprì l’uscio, mi materializzai dietro di lui e ” Monsieur dovrei sporgere denuncia per un furto che ho subito poche ore fa su una spiaggia poco distante da questo ufficio”. Il tanghero si girò verso di me. Avrà avuto una trentina d’anni, mosca  alla Hitler, testa asimmetrica con chioma di pura lana caprina ondulata ma non troppo, una divisa che probabilmente era di un collega più grosso perché gli cresceva un po’ dappertutto, masticava l’immancabile tabacco ed infatti prima di rispondermi centrò con uno sputo un raccoglitore apposito in sabbia posto nella sala d’aspetto della gendarmeria. ” Bonjour m’sieur! Che cosa state dicendo? Qui noi abbiamo altro da fare che registrare denunce di furti! Ça va pas comme ça! ” 

” Ma che cosa significa ça va pas comme ça?mi scusi? Mi hanno rubato il passaporto e per poterne ottenere un altro, la  mia  Ambasciata mi chiederà una denuncia di furto !” ” Mais voyons, come volete che io mi prenda la responsabilità di fare una denuncia di furto? e io come faccio a sapere che è vero?” Ero rimasto con la bocca aperta e già un paio di mosche mi erano entrate in gola! Mi sembrava di vivere un incubo. Non sapevo che fare. Avrei voluto prenderlo e sbatterlo al muro. Impalarlo ed esibirlo nella pubblica piazza e dargli fuoco! Qualcosa nei miei occhi deve averlo colpito! Una furia omicida trasudava da tutta la mia persona! “In ogni caso dovete aspettare l’arrivo del comandante!” “E a checazz….a che ora viene il co ma ndan te?” ” Non lo so “. Ciò detto, girò sui tacchi e se ne andò dentro un ufficio chiudendosi la porta alle spalle. Penso che non sia il caso di narrare ulteriormente come passai le successive due ore in quel luogo infame maledicendo me per primo che  non avevo voluto andare in albergo e poi tutta la maledetta gendarmeria sottosviluppata di Annaba! Comunque quando verso le 10 arrivò il comandante del distretto, ero praticamente ridotto ad un cumulo di nervi e fu un miracolo se non esplosi. Invece mi avvicinai al capo e con voce suadente gli esposi la problematica nella quale ero incorso….”Sig. Comandante questa notte sono stato rapinato in una spiaggia non lontana da qui e mi hanno rubato tra le varie  cose anche il passaporto. Come lei sicuramente sa, la mia Ambasciata per darmene un altro, ha bisogno che la polizia algerina mi rilasci una denuncia. Ho provato a chiederlo al suo sottoposto ben due ore fa, ma non ha voluto procedere nonostante io abbia insistito.” ” Quoi? Mais ça c’est comment? Non è possibile! AHMED! Vieni qui subito!” A quel punto il comandante spalancò la porta dell’ufficio nel quale si era rintanato l’infame, se la chiuse dietro le spalle e per circa un quarto d’ora lo ripassò come un ferro da stiro su un lenzuolo. ” Rentrez Monsieur il caporale Ahmed adesso si occuperà di voi! ” Ciò detto girò sui tacchi e sparì in un altro ufficio. Il caporale si posizionò dietro una vetusta macchina da scrivere e digrignando i denti iniziò a scrivere con due sole dita il testo della denuncia. Il clic e clac  della macchina si stava trasformando nella mia mente in una mitragliatrice che mi trapanava il cervello.

Rispondevo alle sue domande a monosillabi e visto che il maledetto stronzo fumava, e tra una tirata e l’altra, smetteva di scrivere, e perdeva tempo quasi godendo di questo suo atteggiamento, ero diventato paonazzo dalla rabbia e avevo il piede destro che batteva a mille. Dovetti fare  uno sforzo sovrumano per attendere ancora i venti minuti necessari al completamento della pratica. Quando uscii dalla stazione di polizia ero stremato. Erano le 11,30 e imboccata la corniche mi diressi verso l’aeroporto a tutta birra. Filippo mi aspettava davanti alla zona partenze e ” Maddoveminchia sei finito? L’aereo parte tra 10 minuti,  il prossimo è nel pomeriggio alle 4. Corri, ecco il biglietto, 100 DA (dinari algerini) e la chiave di casa. Io non mi vuovo da qui. Francesco è già ripartito. Ha detto che proverà a parlare con il comandante del traghetto se vedrà che tardiamo ad arrivare, forse ci potranno aspettare.” Sorvolai su ciò che era accaduto nella stazione di polizia, afferrai il biglietto, i soldi e le chiavi. ” Ok Filippo stringi i denti e anche le chiappe. Cerco di fare presto. Non potremo comunicare quindi guarda gli orari degli aerei in arrivo da Algeri. Io prenderò il primo disponibile, anche di notte.” Ciò detto mi precipitai nella sala imbarco mentre stavano chiamando per l’ultima volta. Salii nel Dc9 di Air Algérie e mi buttai sul primo sedile che trovai, quello vicino all’uscita. Dovevo calcolare al centesimo il tempo per poter guadagnare anche pochi secondi. Il volo durò circa 40 minuti e furono attimi di passione perché la vedevo molto difficile la situazione. Muovermi ad Algeri senza  auto era già di per sè un’impresa e poi c’era l’incognita dell’ Ambasciata. Appena fu aperto il portellone e la scaletta fu calata a terra, mi precipitai fuori dall’area degli arrivi e salii sul primo taxi disponibile. Giudicai inutile andare subito in Ambasciata perché sarei arrivato durante la pausa pranzo e non avrei trovato nessuno, per cui mi diressi verso Bologhine dove c’era la residenza del responsabile di una società delle coop che era un amico e che forse mi avrebbe potuto aiutare. La stradina dove c’ era la sede della Coop era a pochi passi dal mare. Quando arrivai vidi che nel parcheggio c’era l’auto di Giacomo. Scesi di corsa e chiamandolo a gran voce entrai in casa. ” Ciao Fabri, cosa succede? Non sei più partito?” ” Si sono partito ed anche tornato..ci hanno derubato ad Annaba e mi hanno fregato il passaporto. Ascolta ho bisogno del tuo aiuto. Mi puoi prestare un’auto per andare in Ambasciata? Devo correre come un tacchino perché la nave parte alle 11 del mattino di sabato 20 da Tunisi e oggi è giovedì 18 e sono le 13,30 e sono ancora al punto di partenza.” ” Bella sfiga che hai avuto Fabri, la vedo dura ma forse ce la puoi fare”! ” Mi serve il telefono devo chiamare la mia fidanzata a Roma perché deve andare alla Tirrenia e far riemettere il biglietto, perché mi hanno fregato pure quello. Penso che potranno trasmettere via telex i dati al comandante della nave e così potrò imbarcarmi”. “Guarda oggi sono abbastanza libero, ti accompagno io alle 15 in Ambasciata. Adesso stavo per farmi due fili alla amatriciana, mangiamo qualcosa e poi andiamo.” ” Grazie Giacomo a buon rendere, sei un amico!”

Così nel pomeriggio ottenni il passaporto ma non in tempo per prendere l’aereo delle 18 per Annaba. Il volo successivo era alle 7 di venerdì. Andai a dormire a casa e Giacomo mi accompagnò a Dar el Beida il mattino seguente. Alle 6,30, fremente, ero di fronte al check-in di Air Algérie pronto a zompare a bordo quasi che la mia velocità di spostamento potesse accorciare la durata del volo, che durò comunque 45 minuti. Filippo era alla base dell’aereo e quando si aprì il portellone ed io mi precipitai per primo all’esterno, mi salutò con un “Mizziga Fabri speravo che arrivassi ieri sera. Ho già fatto benzina a tutte e due le auto. Tieni ecco le chiavi” Ciò detto sempre correndo uscimmo nel parcheggio, saltammo in auto e ci dirigemmo verso la statale 44 in direzione di El Khala. Verso le 9,30 ci trovammo imbottigliati in un traffico pauroso. La strada correva incastonata in una sorta di gola, cioè sia sulla destra  che sulla sinistra la montagna risaliva verso la sommità e non c’era alcun modo di  fare conversione ad u per  svincolarsi e magari cercare una strada alternativa. Di fronte a noi c’era una fila di camionette con dentro nel cassone un paio di pecoroni belanti.  (L’ Eid al-Adha era alle porte)…. dei “furbi” ci avevano superato sulla sinistra per cui entrambe le corsie erano piene di auto, tutte dirette nella stessa direzione. Filippo decise di fare un salto a piedi per capire quale fosse la ragione del casino. Al suo ritorno, un quarto d’ora dopo, non sapeva se ridere o piangere. C’era un camion con rimorchio pieno di pecore che si era incastrato sotto un cavalcavia distruggendo  una parte del ponte e 

massacrando una parte del carico. Erano arrivati i Gendarmi e stavano canalizzando il traffico lungo un tratturo che baipassava  il cavalcavia, ma il sentiero era ridotto malissimo e le auto facevano una fatica tremenda a passare. Rimanemmo fermi in quella situazione per circa due ore e quando finalmente cm. dopo cm. arrivammo al punto di innesto del sentiero, da entrambi i lati  c’erano svariate auto che si erano piantate nella terra o addirittura quasi rovesciate. Era mezzogiorno quando transitavamo per El Kala con una grande apprensione perché il tempo scorreva inesorabile e dovevamo ancora passare le dogane. Arrivammo ad Oum Teboul per le 14. “Monsieur, il vostro passaporto s’il vous plait.” Non mi ricordo  se ne ho già parlato ma per poter lasciare l’Algeria, se si lavora per il governo, ( ed era il caso nostro), bisognava possedere un malefico “titre de congé” ovvero un permesso rilasciato dall’autorità algerina presso la quale si lavorava. Io avevo accuratamente evitato di cadere in questo tranello che costitutiva un’arma micidiale nelle mani del governo nei nostri confronti. E cioè non avevo mai lasciato passare oltre tre mesi tra un ingresso e l’altro in Algeria rimanendo in pratica un “turista” e quindi non avendo bisogno di richiedere all’Epau alcuna autorizzazione. Lo stesso dicasi per Filippo che avevo istruito a dovere dopo il suo arrivo. Quindi sui nostri passaporti non c’era il fatidico “tampon” che recava le autorizzazioni all’espatrio ma solo il “tampon” di ingresso con la data. Questa singolarità dovette insospettire i doganieri che non si capacitavano del perché noi avessimo un ” visto turistico”  e due auto di proprietà con la targa 99 simbolo della cooperazione. Quindi iniziò una diatriba con i militari che non volevano farci passare. Dopo due ore e mezzo di discussioni e di incazzature da ambo le parti, finalmente si convinsero a malincuore a lasciarci andare e entrammo nella terra di nessuno che per trenta km ci avrebbe condotto alla frontiera tunisina. ( Dal 1983 in seguito al tracciamento dei confini da parte dei due paesi, la dogana tunisina venne spostata subito dopo quella algerina a Melloula). Erano le 17 e l’atmosfera spettrale di quel tragitto che mi ricordava il mio arrivo in Algeria l’anno scorso, non faceva presagire nulla di buono. Le foreste di querce da sughero che ricoprivano le colline in quel tratto, le greggi di capre che attraversavano la strada, gli strani personaggi che si incontravano lungo il cammino, costituivano  una coreografia sicuramente bucolica, ma non ero nello spirito di guardare la natura. In realtà la fauna umana che circolava in quella zona poteva essere costituita da  contadini che trasportavano su grandi rimorchi cortecce di sughero oppure anche da viandanti ma soprattutto da banditi che in realtà vivevano in quel tratto di “no mans Land” da qualche parte nascosti agli occhi di chi attraversava i 30 km e ingenuamente o per necessità si fermava. Quella sosta poteva costare molto cara. Per quello io e Filippo cercammo di compiere il tragitto nel più breve tempo possibile, rimanendo appiccicati l’uno a l’altro, senza distanziarci, in modo tale che se ci fossimo dovuti fermare saremmo almeno stati in due. Quando mancava circa un km alla frontiera tunisina di Tabarqua ed erano le 18,30 e  quasi buio, ci imbattemmo in una fila di auto lunga circa trecento metri e a quel punto le nostre speranze di prendere il traghetto l’indomani mattina crollarono inesorabilmente a zero. Il seguito fu uno stillicidio. Non si capiva per quale motivo i doganieri non facevano avanzare la fila. Sembrava che tutto si fosse fermato a causa di qualcuno che in testa alla fila aveva dei problemi, ma non si capiva perché non facessero mettere di lato il pellegrino e facessero quindi procedere le altre auto. Quando finalmente arrivò il nostro turno dopo circa 2 ore e mezzo, eravamo due  corde di violino e la faccia da cazzo dei due doganieri tunisini non faceva altro che portarci al parossismo. ” Descendez les valises” ! A bordo praticamente non avevamo nulla salvo una borsa e l’occorrente per dormire e questo insospettì i due che muovendosi con la velocità di un bradipo iniziarono ad aprire tutti gli sportelli e sportellini di cui era ricca la mia auto. ” Ça c’est quoi? ” Il milite punico o cartaginese qual dir si voglia, si riferiva al machete che si trovava dietro lo schienale del mio sedile, che io portavo sempre con me per ogni eventualità….” Non vedi? È un machete, un grand couteau. Mi serve per ammazzare il montone il giorno dell’Eid! ” Mais tu non sei mussulmano! ” ” E che vuol dire? che non posso mangiare il montone per onorare Allah?” “Ah oui, bien sûr!, ma non vedo nessun montone nella camionetta!” ” Sto recandomi a Biserte dove festeggerò la festa con la famiglia di un caro amico tunisino, comprerò il montone a Tabarqua!” Il doganiere a questo punto si voltò verso il suo collega che stava spulciando la macchina di Filippo, e con un mezzo sorriso bofonchiò qualcosa di incomprensibile. Ci restituì i passaporti mi diede una pacca sulla spalla e ci fece segno di proseguire. A questo punto era buio pesto e avevamo un grosso problema. Filippo era senza occhiali e non vedeva con l’oscurità. ” Ascolta, non possiamo fermarci! Dobbiamo fare il tragitto che  ci resta di notte. Solo così abbiamo una pallida possibilità di farcela!” ” Minchia, non vedo nulla senza occhiali, rischio che esco fuori strada! ” ” Sai che facciamo? Mi stai attaccato al culo quasi fossi  un rimorchio! Stai concentrato sulle mie luci di posizione e soprattutto attento a quando freno. Cercherò di mantenere un’andatura scorrevole, non credo che troveremo traffico quindi non dovrebbe essere impossibile per te starmi appiccicato. ” ” Non ce la posso fare Fabri ! E se ti tampono? mando in mille pezzi l’auto, cazzo!” ” Fidati Filippo ce la puoi fare, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno, no? Dai non perdiamo altro tempo”. Ciò detto non aspettai neanche il suo commento, misi in moto e partii di gran carriera, guardando nel retrovisore se mi seguiva. Dopo pochi istanti mi si avvicinò a circa un paio di metri e ci inoltrammo lungo l’ultimo tratto del viaggio.

La strada immersa in boschi di querce da sughero si snodava procedendo verso sud, nell’interno. Ci   lasciavamo il mare e Tabarqua alle spalle mentre venivamo fagocitati dal buio. Procedevamo sui 70 km/h. Lungo le banchine ogni tanto appariva qualche essere umano o qualche capra o somaro che spuntava all’improvviso che aumentava l’adrenalina data l’attenzione spasmodica  che dovevo porre per non perdere Filippo di vista ed evitare di finire fuori strada. Tutto sommato mancavano circa 250 km, non erano tantissimi ma di notte e in quelle condizioni non era facile. Quando avevamo attraversato Ouechtata mi ero reso conto che Filippo stentava a starmi appresso ed infatti pochi km dopo cominciò a lampeggiare e ci fermammo.

” Fabri non gliela faccio! Ho già rischiato tre volte di uscire di strada! Con la polvere che alzi non vedo una minchia”! ” Va bene, è meglio non rischiare troppo. Cerchiamoci un posto dove andare a dormire qualche ora. Ripartiremo domattina appena comincia a schiarire”. Già, un posto dove dormire…non era facile dato quello che ci era successo! Proseguimmo ancora per una manciata di km andando molto più lentamente. Poi dopo una serie di curve arrivammo in una zona pianeggiante. A destra c’erano dei campi dove recentemente era stato mietuto dell’orzo o del grano. Le stoppie illuminate dai fari brillavano nell’oscurità. L’idea era quella di inoltrarci in questo campo allontanandoci dalla strada il più possibile per dare meno nell’occhio ad eventuali male intenzionati, che dovendo avvicinarsi in campo aperto avrebbero rischiato di essere notati. Dopo circa trecento metri ci fermammo a ridosso dell’unico albero che c’era nel campo e messe le due auto una a fianco dell’altra, ci apprestammo a passare la notte. Avevamo posizionato le due vetture in modo tale da avere i fari in due direzioni opposte così che se per caso avessimo avuto sentore che qualcuno si stesse avvicinando, avremmo potuto illuminare una vasta area davanti e dietro. Ed infatti nel cuore della notte un rumore brusco ci svegliò entrambi e come d’accordo accendemmo i fari che fortunatamente illuminarono una coppia di asini che stavano litigando.

Erano da poco passate le sei, albeggiava e una sottile brezza faceva scuotere il telone della mia Land Rover. Spalancai gli occhi e guardai fuori. Filippo dormiva della grossa. ” Sveja Filì, abbiamo un bel tratto da percorrere. ” Mii..neanche un caffè!! Sono a pezzi, distrutto, ho gli occhi che mi bruciano e la bocca impastata, sembra cemento!” Il resto del viaggio proseguì senza problemi. La tensione era alle stelle anche perché qualsiasi rallentamento dovuto al traffico, o ad animali sulla carreggiata o a qualsiasi altro motivo, era ragione di preoccupazione. Il tempo passava inesorabilmente e quando ci fermammo ad una stazione di servizio per fare benzina a Sidi Othman, eravamo a circa una sessantina di km dal porto di Tunisi ed erano le 10,45. Il pensare che tutto quello che avevamo fatto per cercare di arrivare in tempo non era servito a nulla era demoralizzante. Eppure non mollavamo. Continuavamo il nostro avvicinamento a Tunisi con rabbia e con testardaggine. Il traffico di Tunisi ci accolse con fragore e confusione verso le 11,50. Rimanevano pochi km e poi saremmo entrati nella zona portuale e avremmo trovato una banchina ormai vuota visto che il traghetto doveva partire alle 11. Facendo il pelo alle auto, ai somari, ai pedoni, ai camion, ai bordi delle case della Goletta, arrivammo infine in prossimità del terminal della Tirrenia. Il carburatore della mia Land Rover trasudava benzina e il puzzo del carburante mi riempiva le narici quasi fosse una droga. A quel punto la testa mi girava vorticosamente….ma non era possibile….laggiù ad un centinaio di metri, in fondo al molo c’era ancora il traghetto che però stava tirando su il portellone di carico e aveva già mollato gli ormeggi. Inchiodammo a pochi metri dal bordo. Improvvisamente sul ponte superiore Francesco e la sua famiglia ci videro e cominciarono a gridare come pazzi ai marinai che stavano compiendo le operazioni di partenza. Evidentemente il comandante era stato messo al corrente di quanto ci era successo e fece fare macchine indietro al traghetto che riabbassò il portellone senza attraccare giusto per farci saltare a bordo. Quella sera brindammo fino a tardi! 

Fabrizio DeRobertis

THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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