di Filippo Sardella -Presidente at Istituto Analisi Relazioni Internazionali – Analista geopolitico
Dal 13 al 20 giugno 2025 Israele ha colpito dozzine di siti militari e nucleari in Iran, causando almeno 639 morti civili secondo HRANA.
L’operazione, condotta senza mandato ONU né dichiarazione di guerra, viola in modo palese l’art. 2(4) della Carta ONU e i principi di distinzione e proporzionalità del diritto internazionale umanitario. Parallelamente, l’Iran mantiene la maglia nera delle esecuzioni capitali: 975 nel 2024 e 343 nei primi quattro mesi del 2025 , spesso per reati politici o “moharebeh”. Dentro questo duello, Stati Uniti, Cina e Russia si muovono per massimizzare rendimenti geopolitici ed economici, come mostra la – tabella e il grafico sui loro indici qualitativi di benefici/rischi (0-10) – e il confronto numerico fra vittime civili iraniane e impiccagioni interne.
Stati Uniti
Dal 13 al 20 giugno 2025 Israele ha colpito dozzine di siti militari e nucleari in Iran, causando almeno 639 morti civilisecondo HRANA.
L’operazione, condotta senza mandato ONU né dichiarazione di guerra, viola in modo palese l’art. 2(4) della Carta ONU e i principi di distinzione e proporzionalità del diritto internazionale umanitario. Parallelamente, l’Iran mantiene la maglia nera delle esecuzioni capitali: 975 nel 2024 e 343 nei primi quattro mesi del 2025 , spesso per reati politici o “moharebeh”. Dentro questo duello, Stati Uniti, Cina e Russia si muovono per massimizzare rendimenti geopolitici ed economici, come mostra la – tabella e il grafico sui loro indici qualitativi di benefici/rischi (0-10) – e il confronto numerico fra vittime civili iraniane e impiccagioni interne.
Stati Uniti
Mentre Israele e Iran si colpiscono a distanza, Washington osserva con il cronometro in mano. L’obiettivo non è solo impedire che Teheran acquisisca la bomba atomica, ma soprattutto difendere il principio di deterrenza americana nel Golfo: “Chi colpisce i nostri alleati, sa che risponderemo”. Tuttavia, gli USA non hanno alcuna intenzione di aprire un secondo fronte mentre la partita con Pechino su Taiwan è ancora in pieno svolgimento. Il gioco si fa quindi sottile: aiutare Israele, ma senza bruciarsi le mani. Il tempo diventa così lo strumento di pressione più efficace — più di una portaerei, più di un discorso al Congresso.
Cina
La Cina cammina su una fune tesa sopra il Golfo Persico. Da un lato, vuole che l’Iran sopravviva come partner strategico per energia e accesso al Medio Oriente. Dall’altro, non può permettersi che una guerra prolungata faccia schizzare il prezzo del petrolio e rallenti l’intera economia cinese. Pechino ha costruito la sua egemonia silenziosa sull’idea che si possano fare affari ovunque, senza prendere posizione. Ma se la guerra diventa sistemica, quel silenzio non sarà più sufficiente.
Russia
La Russia guarda al conflitto con occhi cinici. Non ha fretta di vederlo finire. Più le tensioni crescono, più gli Stati Uniti sono costretti a dividere le loro forze. Ogni missile che vola tra Tel Aviv e Teheran è un’occasione per Mosca: per guadagnare soldi, vendere armi, e soprattutto togliere pressione dal fronte ucraino. Nel suo schema mentale, il caos è un moltiplicatore di influenza. L’importante è che il disordine non si avvicini troppo ai confini russi.
Tre agende, un solo teatro
Tra i raid israeliani e le rappresaglie iraniane, i riflettori del mondo sono puntati sul fronte visibile: esplosioni notturne nei cieli di Isfahan, conferenze stampa tese a Tel Aviv, proteste di piazza a Beirut e Parigi. Le immagini scorrono come in un film d’azione globale. Ma il vero conflitto non si gioca dove cadono le bombe, bensì dove si scrivono i copioni.
Dietro le quinte, il palcoscenico è già occupato da tre potenze, ognuna con un’agenda distinta, ma convergente su un punto: nessuna di loro vuole davvero che questa guerra finisca troppo in fretta.
Gli Stati Uniti recitano la parte del garante della sicurezza, ma il copione è stanco, logoro. Non vogliono un’escalation che li trascini in una nuova guerra mediorientale, eppure non possono permettere che Israele venga percepito come vulnerabile. Ogni mossa è calibrata per mantenere la supremazia strategica, senza alzare troppo la voce. Per Washington, l’obiettivo non è vincere, ma impedire che qualcun altro riscriva le regole.
La Cina, invece, interpreta il ruolo del saggio che osserva. Dipende dal petrolio iraniano per alimentare il proprio modello industriale, ma non vuole sporcarsi le mani. Il suo copione è più commerciale che ideologico: mantenere i mercati aperti, offrire mediazione quando conviene, ed evitare che l’instabilità si allarghi al proprio corridoio energetico. Pechino non cerca un’escalation, ma sa che ogni crisi prolungata rende l’Occidente più nervoso, più dipendente, più prevedibile.
La Russia, infine, gioca una parte ambigua, da sabotatore in ombra. Il caos in Medio Oriente distrae gli Stati Uniti dall’Ucraina, alza i prezzi del petrolio – rendendo le sanzioni più sopportabili – e offre l’occasione perfetta per riaffermarsi come potenza di riferimento per i paesi isolati. Mosca non cerca né pace né vittoria: vuole solo tenere accesa la miccia abbastanza a lungo da guadagnare tempo e moneta.
In questa nuova guerra a incastro – dove si intrecciano armi nucleari, flussi energetici, milizie e narrative globali – il concetto stesso di “vittoria” perde significato. Non c’è un vincitore assoluto, nessuna foto iconica di una bandiera issata. C’è solo un sistema internazionale che si adatta, si deforma, si plasma sulle esigenze di chi sa capitalizzare ogni instabilità.
Il vero vincitore, oggi, non è chi colpisce più forte. È chi riesce a guadagnare mentre gli altri si logorano. Ed è per questo che i “terzi attori” non sono spettatori. Sono autori. E il conflitto israelo-iraniano, più che una guerra, è diventato il loro strumento narrativo per ridefinire gli equilibri del mondo.
Ipotesi speculativa
Questa crisi non è solo una questione di deterrenza, ma di ridefinizione degli equilibri globali. Israele ha rotto un tabù, colpendo in profondità un altro Stato sovrano senza mandato ONU, assumendosi il rischio di una reazione aperta. L’Iran, pur colpito duramente, ha evitato una risposta devastante, segnale che Teheran sa che la partita non si gioca solo sul campo, ma sulla percezione internazionale. La vera posta in gioco è un cambio di paradigma: la legittimità dell’azione unilaterale, la tenuta del diritto internazionale, e il futuro della deterrenza nucleare. Ma soprattutto, è la dimostrazione plastica che i conflitti regionali stanno diventando sempre più funzionali agli interessi dei grandi attori globali, non agli equilibri locali.
Gli Stati Uniti si trovano davanti a un dilemma strategico: intervenire direttamente contro l’Iran significherebbe aprire un secondo fronte in un momento in cui le tensioni con Cina e Russia sono già al massimo. Ma non fare nulla rischia di svuotare di senso ogni garanzia americana verso gli alleati regionali. Nel frattempo, Pechino e Mosca non hanno interesse reale a fermare il conflitto.
La Cina vuole che l’Iran resista, ma senza compromettere i propri traffici energetici. La Russia osserva con soddisfazione: ogni bomba che cade su Isfahan è un drone in meno che vola in Ucraina. Il paradosso è questo: più la guerra resta “contenuta”, più diventa utile ai poteri terzi. La vera minaccia per loro non è l’escalation, ma la pace.
Scenario previsionale
Best Case Scenario
Descrizione: Israele interrompe temporaneamente gli attacchi sotto pressione diplomatica americana. Gli USA aprono un canale parallelo con Teheran, proponendo un nuovo quadro negoziale (una sorta di JCPOA 2.0), limitato al congelamento nucleare e alla de-escalation missilistica.
Ipotesi chiave:
- Israele accetta una tregua non ufficiale.
- L’Iran ottiene garanzie di non ulteriori attacchi e salva la faccia interna.
- Cina e Russia supportano il nuovo accordo senza sabotarlo.
Impatto:
- Prezzo del petrolio stabile o in calo sotto 80$.
- Legittimazione USA come garante degli equilibri.
- Frenata al programma nucleare iraniano.
Strategie consigliate per attori terzi:
- USA: rafforzare alleanze arabe (Egitto, Arabia Saudita) come garanti.
- Cina: rilanciare il dialogo Iran-Golfo nel quadro BRI.
- Russia: vendere petrolio a prezzo più alto nel breve, senza apparire sabotatore.
Worst Case Scenario
Descrizione: L’Iran risponde con attacchi missilistici asimmetrici via proxy (Hezbollah, Houthi), ma anche direttamente su infrastrutture israeliane. Israele colpisce Fordow o Natanz, provocando contaminazioni e reazioni a catena.
Ipotesi chiave:
- Il conflitto sfugge di mano a Tel Aviv.
- L’Iran attiva tutte le sue milizie regionali.
- Le esportazioni petrolifere da Hormuz crollano.
Impatto:
- Petrolio a 120–140$ al barile.
- Rischio di intervento USA per salvare Israele.
- Cina e India colpite da blackout energetici.
- L’ONU perde ogni residua legittimità.
Strategie consigliate per attori terzi:
- USA: intervento navale a protezione dello stretto e attacco preventivo a batteria iraniane.
- Cina: diversificazione energetica immediata (Angola, Brasile, Russia).
- Russia: capitalizzare economicamente, ma evitare alleanza militare aperta con Teheran.
Stability Case (neutro)
Descrizione: Il conflitto entra in una fase di logoramento a bassa intensità. Attacchi e controattacchi si alternano, ma senza escalation totale. Si afferma una nuova “guerra di posizione”.
Effetti principali:
- Normalizzazione della violenza diplomatica.
- Aumento cronico delle tensioni regionali.
- I terzi attori consolidano le rispettive sfere: USA rafforza i suoi alleati, Cina si radica economicamente, Russia fa profitti.