Era la MILANO industriale, il luogo dove “andà a laurà” era la massima aspirazione dei milanesi e anche dei tanto amati “teruni”, quelli che al sabato pomeriggio (vegneven giò cun la piena) scendevano in massa nella metropoli con le ferrovie Nord Milano per andare in centro, alla Rinascente, o da Scofone per farsi uno spuntino, o da Zucca per una pizzetta calda che faceva da aperitivo.
Siamo negli anni ’60 e i giovani non si facevano di eroina o di coca, ma trangugiavano dopo il cinema (rigorosamente con una sala sola ma bellissima) il mai dimenticato frullato di Viel. Noi Milanesi per andare in centro con il moroso e poi al cinema, ci vestivamo eleganti, davvero eleganti ed eravamo bellissimi.
All’epoca lavoravo in Via Agnello, in pieno centro, per arrivarci salivo sull P2 al QT8 (il mio quartiere) e prima di salire in ufficio da un consulente bancario, entravo sempre alla Rinascente per rifarmi gli occhi. Mi sembrava di essere la padrona del mondo, mi sentivo invincibile e assaporavo il profumo della giovinezza. Milano era magnifica, era la mia Milano e io ero lì con lei!
Qualche tempo dopo venni assunta all’Alfa Romeo, era quasi una tradizione di famiglia: mio nonno materno era accanto all’Ingegner Romeo, quando si aprì lo stabilimento del Portello, ci avevano lavorato i miei zii e anche i miei genitori. Mio papà aveva fatto carriera era diventato Capo Servizio ai trasporti interni, lui fu uno dei primi dirigenti ad occuparsi di logistica.
Venni assunta come dattilografa, le mie 100 battute al minuto erano andate bene, e lavoravo nell’Ufficio del Dott. Fusi, battevo a macchina le distinte tecniche, andavo a lavorare a piedi o con mio papà, avevo lasciato il mio autobus preferito e l’ufficio di via Agnello, ma soprattutto avevo lasciato la Rinascente e questo mi dispiaceva molto.
Il ragazzo dell’autobus
Cambiammo casa nel 1959, avevo 15 anni e frequentavo l’Istituto Giusti (Tecnica Aziendale e lingue) sito in Via Prina, proprio davanti alla Sede Rai di Corso Sempione.
Lasciavo la Via Airaghi 44 dove ero nata, e il quartiere Prealpi per andare a vivere al Qt8, in via Cimabue 6.
I miei avevano comprato casa, il quartiere era nuovo, un nuovo modo di abitare: torri a stella, casermoni, villette a schiera, le scuole elementari e medie, una chiesa circolare e una montagnetta creata sulle macerie della guerra che aveva preso il nome della moglie dell’architetto Bottoni che aveva progettato il quartiere: Monte Stella.
Il collegamento con il centro città era garantito da un autobus con il numero verde: la P2.
Terminata la scuola trovai il lavoro in centro, in Via Agnello. Andavo e venivo con la P2, salivo davanti alla chiesa S.Maria Nascente e scendevo in Piazza Duomo e viceversa.
Il rientro a casa alle ore 19 era diventato molto emozionante. Superato Largo Cauroli l’auto faceva una fermata e sull’auto saliva un ragazzo di bell’aspetto che non mi lasciava indifferente. Ormai era un appuntamento fisso, anche se lui non ne sapeva nulla…
Il ragazzo scendeva davanti a Via Renato Serra 7. una fermata prima della mia che era sempre davanti alla Chiesa circolare.
Un sabato mattina venni fermata non troppo elegantemente da un ragazzotto che pareva non troppo raccomandabile. Tagliai corto e continuai a camminare verso casa. Lui non si perse d’animo e mi invitò ad una festa per il pomeriggio della domenica successiva alle ore 15. Non dissi ne si né no, ci avrei pensato. Lui mi disse di portare un’amica…