Intervista a Pablo Atchugarry

a cura di Rosa Maria Corti Terragni



Nato a Montevideo (Uruguay) nel 1954, lo scultore Pablo Atchugarry scopre alla fine degli anni settanta il lago e le montagne di Lecco, ne rimane affascinato e nel 1982 decide di andare a vivere e lavorare in questa città che gli ha commissionato il suo primo progetto monumentale in marmo di Carrara e, in questi giorni, gli conferisce la Civica benemerenza con il San Nicolò d’Oro.
Tutt’oggi l’artista vive nel quartiere lecchese di San Giovanni, dove si trova il Museo Pablo Atchugarry che, inaugurato nel settembre del 1999, espone in modo permanente diverse opere che rappresentano il suo percorso artistico, dai primi dipinti alle sculture più recenti, così come l’archivio della sua produzione che comprende opere di dimensioni veramente ragguardevoli in marmo, ma anche bronzo, acciaio e legno, con uno sviluppo orientato prevalentemente verso l’alto, alla ricerca di luce, di cieli infiniti, di cosmiche armonie. Proprio la monumentalità delle sue creazioni spinge Atchugarry, già insignito nel 2022 del Premio Michelangelo a Carrara e dell’’“Ordine della Stella d’Italia” dal Presidente della Repubblica, a cercarsi un laboratorio più
grande che stabilisce a dieci chilometri circa da Lecco, precisamente a Sirone, in un capannone all’interno della ditta Autotrasporti Corti, dove lavora con l’aiuto di un amico e di un figlio quando non è in giro per il mondo per le sue esposizioni o a Manantiales in Uruguay dove dal 2007 si trova la Fondazione Pablo Atchugarry e il MACA, Museo D’Arte Contemporanea Atchugarry. Il MACA, inaugurato l’8 gennaio 2022, è immerso in un parco di quaranta ettari disseminato di sculture, opera di artisti internazionali fra i quali molti italiani come Munari, Mondino, Biasi, Staccioli, ecc., è per Atchugarry la realizzazione di un sogno, per noi una delle meraviglie del mondo, per gli artisti il primo museo che promuove l’arte contemporanea globale, completamente proiettato verso il futuro. Atchugarry ci ricorda, infatti, che
“Todos tenemos una vida limidada y las obras no” e, inoltre, le opere presenti al MACA, checomprende cinque sale espositive, un auditorium, un cinema-teatro, una caffetteria e un’ampia terrazza, dialogano con l’ambiente circostante, con la natura perché facciamo parte della natura.
Atchugarry questo non lo dimentica, anzi il torrente Gerenzone (culla dell’industria metalmeccanica lecchese) e il monte Medale (nota palestra per arrampicatori che domina quel “ramo del lago di Como”), ormai nel cuore dell’artista, vivono trasfigurati sia nelle sue sculture lignee, sia nei suoi grandi marmi pubblici bianchi o rosati. E, forse inconsciamente, nelle opere di questo scultore rivivono anche i paesaggi dell’Appennino ligure, quello savonese di Dego in Val Bormida da cui era partita alla volta dell’Uruguay la nonna paterna Catalina Candida Rizzo. Dego, d’altra parte, sembra derivare dalla parola di origine indoeuropea Deigh che significa plasmare e Pablo Atchugarry è uomo che plasma il marmo, che vede dove altri non vedono e sa donare allo sguardo altrui ciò che il blocco di marmo cela gelosamente.

Pablo Atchugarry

L’intervista è avvenuta nel laboratorio dello scultore a Sirone , in provincia di
Lecco, il giorno 12 novembre 2022.

R. M. Ricordando che in passato il gruppo più importante di immigrati in Uruguay è stato quello degli Italiani, che hanno influenzato politica, economia, cultura e storia, cosa ha significato per lei il ritorno in Europa e in Italia? Quali sentimenti ha provato rivedendo la terra dei suoi avi paterni, la Liguria e in particolare Dego che, fra l’altro, è parola di origine indoeuropea che significa plasmare?
P. A. Penso che la vita sia come un grande pendolo che ci porta da una riva all’altra, da un confine all’altro. Mia nonna proveniva da un paesino chiamato Dego, in

Rosa Maria Corti

provincia di Savona; era partita all’età di undici anni, con la sua mamma e le sue sorelle, alla volta dell’Uruguay. A quell’epoca il 40%-50% della popolazione dell’Uruguay era di origine italiana. L’incontro con l’Italia è stato un ritorno a casa. Ricordo l’incontro di quattro generazioni: mia nonna, i miei genitori, mio fratello, io e il figlio di mio fratello. Mia nonna ha potuto ritrovare ancora un parente: ci siamo abbracciati, riconosciuti come parenti, è stato un ritorno a casa, a quella casa che fino a quel momento avevo conosciuto soltanto attraverso i racconti di mia nonna. Inoltre mia madre è una Bonomi e proviene dalla Lombardia dove io, per un caso, sono approdato.
R. M. Osservando una sua opera intitolata “Danza della vita”, scolpita in legno d’ulivo, mi sembra di capire che per lei Maestro le radici contino…
P. A. Le radici sono importantissime, sono come un’ancora. Se abbiamo radici siamo più forti, come gli alberi ricaviamo nutrimento dalla terra anche se in senso metaforico. Io recupero olivi multisecolari che hanno vissuto, che hanno una storia e poi sono morti per cause naturali o per trapianti mal riusciti o altro ancora e cerco di dare loro una seconda vita attraverso l’arte, trasformandoli in sculture. L’idea della continuità è sempre molto presente in me.
R. M. Le sue sculture, con il loro sviluppo verticale, ricordano proprio gli alberi, così come la venatura del marmo ricorda la linfa che scorre al loro interno. Come Yggdrasil vogliono forse rappresentare il simbolo dell’eterno fluire della vita attraverso i vari strati dell’esistenza?
P. A. Sì, penso che con queste radici così importanti le piante e l’essere umano abbiano bisogno anche di luce, di sogno, di cercare quello che non si conosce. È attraverso le radici che le piante e l’essere umano vanno verso la luce, l’ignoto. Nella verticalità esprimo la ricerca della luce, degli ideali che non hanno né confini, né limiti. Queste opere quindi potrebbero continuare fino all’infinito.
R. M. Quando si avvicina a un nuovo blocco di marmo si sente come una sorta di rabdomante o ha già un disegno preciso nella mente?
P.A. I blocchi sono parte della montagna, sono figli della montagna che incontrano lo scultore. Lo scultore risveglia queste creature che hanno tanto da dire perché dormono da milioni di anni e instaura con loro un dialogo, una sorta di danza. La mia mano procede veloce perché è impaziente di veder liberate queste creature, di vedere il risultato.
R.M. Qual è l’opera che le è costata il maggior travaglio interiore?
P.A. Le opere fanno soffrire ma anche gioire. È una sorta di liberazione; come si libera l’immagine dal marmo e vengono alla luce dalla nuda materia i figli della montagna, così si libera l’immaginazione, si placa quell’urgenza che spinge a scolpire. L’impeto che mi sospinge, l’ansia di vedere il risultato, fanno sì che le opere che mi hanno impegnato più a lungo mi siano costate un maggiore travaglio interiore.
R.M. Serenità o inquietudine, certezze o dubbi. A suo avviso cosa rispecchia prevalentemente la sua opera?
P.A. Io penso che il mio lavoro comunichi un senso di serenità, quasi di candore; queste forme chesi innalzano come interrogandosi hanno comunque nel loro percorso una serenità, un equilibrio.
R.M. Secondo lei, quale rapporto esiste fra la scultura e la poesia? Vi è solo una musica delle parole oppure esiste anche una musica delle forme?
P.A. Io penso che esista una grande affinità fra le due, un cammino comune. Il poeta utilizza le parole, lo scultore altri materiali ma il cammino è convergente. Naturalmente a questo incontro di più discipline è invitata anche la musica.
R.M. C’è un artista del passato, da lei ammirato, al quale le sue opere fanno riferimento?
P. A. Ho avuto tanti maestri ideali, a cominciare da mio padre che mi ha iniziato al cammino dell’arte. Ci sono poi alcuni giganti del passato come Picasso, Van Gogh, Bernini e Michelangelo.
Quando ho cominciato a dedicarmi alla scultura ho sentito una grande attrazione per Michelangelo.
Michelangelo per me è il colosso, la figura più grande di tutti i tempi.
R. M. Che cosa ha rappresentato per lei il conferimento, da parte del Presidente della
Repubblica italiana , dell’ “Ordine della Stella d’Italia”, una delle massime onorificenze civili
dello stato italiano?
P. A. È stato un grande onore ricevere questa onorificenza che mi è stata consegnata
dall’ambasciatore italiano in Uruguay durante un’importante manifestazione della fondazione che porta il mio nome. E importante stabilire dei ponti culturali in un momento in cui vengono ancora costruiti “ muri”. L’umanità attraverso i ponti si incontra e si conosce meglio. Solo così si può viaggiare verso un futuro più armonico, verso un futuro di pace.
R.M. In questi giorni le è stata conferita anche la “Civica Benemerenza” da parte della città di Lecco. Cosa rappresenta per lei il “Nicolino d’Oro”?


P. A. Vivo a Lecco da quarant’anni, dal 1982 precisamente. Mi sento lecchese anche perché soggiorno in questa città per almeno metà dell’anno, l’altra metà in Uruguay. Il Nicolino d’oro èstata una carezza al cuore: qualcuno ha notato che quarant’anni di attività artistica nel territorio hanno lasciato un segno e ha ritenuto opportuno ricordarlo.
R. M. Nel mese di Gennaio del 2022 a Punta del Este in Uruguay è sorto il MACA, Museo di Arte Contemporanea Atchugarry, proprio grazie alla sua volontà. Ci vuole parlare di questa sua creatura e degli artisti italiani presenti al MACA con le loro opere?
P.A. Il MACA, che è la ciliegina, o ciliegiona (perché è grande), di un progetto più vasto della Fondazione Atchugarry, pensa a una concezione/diffusione dell’arte senza confini, vuole essere un ponte culturale. È visitato, anzi è inondato da giovani che capiscono che la loro immaginazione non deve avere limiti, che si possono fare imprese molto grandi. Da noi vengono bambini, ragazzi, persone specializzate e non, studenti dalle scuole di tutto il paese, anche se facciamo incontri e laboratori soprattutto per il liceo artistico. Credo tanto nella partecipazione; l’arte non deve essere vista solo da spettatore. L’anno prossimo faremo una mostra sull’artista italiano Bruno Munari, una
figura davvero a tutto tondo: pedagogo, pittore, scultore, designer. Ma non solo Munari, penso ai tanti artisti che sono presenti al MACA, a Piero Dorazio ad esempio, il grande astrattista italiano, a quelli “storici”, ma anche a giovani nel pieno dell’impeto creativo.
R.M. Osservando la struttura del MACA viene spontaneo paragonarla alla mitica arca. C’è una sua scultura che rappresenta il simbolo della pace?
P. A. Sì, esattamente. Questo meraviglioso edificio, che è stato progettato dall’architetto Carlos Ott, il quale ha dato un contributo culturale notevole, all’interno assomiglia proprio ad un’arca, che porta i nostri sogni, che risponde al nostro bisogno di conoscenza e contiene al suo interno una
scultura che rappresenta la pace. Si tratta di un’opera esposta alla Biennale di Venezia nel 2003,
intitolata “Sognando la pace”, in cui elementi verticali dialogano con elementi triangolari sognando la pace che è il sogno dell’umanità tutta.
R. M. All’ingresso del MACA si legge questa sua frase: “Todos podemos ser artistas siconservamos el niño que llevamos dentro”. Intende forse dire che dobbiamo saper conservare
una percezione fanciullesca per poter meglio apprezzare lsa realtà che ci circonda, arte
compresa?
P. A. Esattamente se noi conserviamo il candore e la curiosità di quando eravamo bambini avremo
ancora il desiderio di scoprire, di giocare con gli altri. Non dobbiamo perdere freschezza e curiosità
per incontrare l’artista che alberga in tutti noi.
R. M. Le porte del suo laboratorio lecchese sono aperte agli studenti della zona?
P.A. Certamente, le porte sono aperte. Pochi giorni fa sono venuti in visita qui a Sirone i ragazzi
della scuola di Galbiate e sono rimasti affascinati da questo mondo per loro sconosciuto. Ritengo siaun momento importante per scoprire la propria vocazione non solo in campo artistico.
R. M. Una delle sue prime mostre in Italia si è tenuta a Como presso la Galleria “La
Colonna”, con disegni a china e acquarello definiti “Ottimi “ da Mario Radice. Tornerà a
Como per una mostra con le sue nuove opere?
P. A. Ricordo bene quella mostra e il pittore Mario Radice,  uno dei capiscuola dell’astrattismo.Può essere che tornerò ancora a Como: mai dire mai…..

The Milaner ringrazia Pablo Atchugarry e Rosa Maria Corti per la bella intervista.

THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.