Nero come l’inchiostro

Samuel Zana si stava accanendo sul motore del  fuoribordo Carniti 15 hp che non voleva partire. Il meccanico , gigantesco, con le sue manone, faceva sembrare il carburatore smontato, un giocattolo nelle mani di un bambino.  Stavo cercando di fare il punto della situazione per quanto riguardava il parco imbarcazioni e avevo chiesto a Samuel di verificare tutti i motori  che avevamo in magazzino per capire cosa c’era di funzionante. Alcune imbarcazioni che avevano degli entrobordo erano state equipaggiate con piccoli   fuoribordo in caso il motore principale si fosse fermato, il che era molto frequente.

Mio cugino aveva recuperato una quantità di motori in giro, acquistandoli anche da altri resort e molto spesso gli avevano rifilato dei bidoni. Lui per natura era uno che si fidava del prossimo, io no.  Nell’officina del “Cratère” c’erano molte barche in fase di restauro ma nessuna finita. Vuoi perché mancavano i pezzi di ricambio, vuoi perché il carpentiere si era licenziato e quello che era stato assunto dopo era un lavativo senza voglia di lavorare. In prospettiva c’era la volontà da parte di Paolo di acquistare un paio di barche in alluminio nuove con  relativo motore ma appunto..in prospettiva, per ora non c’erano soldi. Quindi era giocoforza fare con quello che avevamo a disposizione.

Una lotta quotidiana. Doveva essere stato così per lui quando era arrivato 17 anni prima e si era dovuto confrontare con problemi enormi per fare qualsiasi cosa. Anche il solo farsi accettare dalla comunità malgascia non doveva essere stato facile. Era benvoluto ma anche odiato da molti e soprattutto da altri stranieri anche loro arrivati nell’isola forse per motivazioni simili alle sue. Me ne ero reso conto in diverse occasioni aggirandomi per le stradine del villaggio andando ad acquistare dai piccoli commercianti locali.

Quando sentivano che ero il cugino di Paolo alcuni si mostravano contenti altri mi guardavano con sospetto. Poi sicuramente col passare degli anni e l’inizio dell’attività turistica che aveva dato lavoro a tanti nel villaggio le cose erano migliorate ma comunque avvertivo nell’aria una certa ostilità. Anche il mio padrone di casa, un malgascio  di nome Paul René,  mi aveva detto che Paolo non era molto apprezzato dai suoi concittadini ma non aveva voluto approfondire. In realtà le attività di Paolo comprendevano oltre al residence, anche una società di pesca per la commercializzazione all’estero di  gamberi e polpa di granchio.  Aveva degli accordi con alcuni pescatori che gli procuravano i crostacei che poi lui provvedeva a congelare ed a impacchettare pronti per essere spediti con dei container frigo all’isola della Réunion. Con i pochi mezzi a disposizione aveva progettato e costruito delle macchine sottovuoto per estrarre la polpa dai granchi in maniera automatica e poi condizionarla dentro dei tubi che successivamente venivano surgelati. Il magazzino dove avveniva la produzione si trovava sul porticciolo di Nosi Bé e si chiamava Sea lab.In questo ambito il mio compito era quello di andare in giro per le isole dell’arcipelago, contattare dei pescatori, concordare con loro un prezzo, prendere degli accordi e poi passare a ritirare il pescato e portarlo ai magazzini con regolarità. Questo almeno era nei piani. La realtà era  che per potermi muovere   agevolmente in mezzo alle isole ed anche sulla “ Grande Terre”, così i malgasci chiamavano la costa del Madagascar  prospiciente l ‘arcipelago, avevo bisogno di un’imbarcazione     veloce e sicura che non mi lasciasse in panne in mezzo all’oceano. E fu così che dopo aver “ restaurato “al meglio una delle barche di legno, una pilotina da 6 mt con piccola cabina e ponte scoperto, equipaggiata con un motore fuoribordo da 20 hp Johnson che aveva sistemato il bravo Samuel  con dei pezzi di ricambio arrivati dalla Reunion portati da un cliente dell’albergo, una mattina alle 5 partimmo verso  sud in direzione di Ankify un piccolo villaggio posto all’interno di un estuario sulla Grande Terre. A bordo oltre Cristina, c’erano due marinai, Roger e Omer, delle taniche con l’acqua, due grosse ghiacciaie piene di ghiaccio per conservare il pescato che avremmo dovuto riportare, un paio di tende, coperte, lampade, etc. insomma il necessario per una spedizione che doveva durare non più di 12 ore…..Il mare era tranquillo e dopo aver costeggiato le propaggini di Nosy Be passando davanti al “Cratère”,  presi risolutamente in direzione di Nosy Komba, l’isola di forma quasi circolare che si frapponeva tra noi e la costa del Madagascar. Rasentammo l’isola lungo le sue pendici scoscese con la folta vegetazione che arrivava fin sull’acqua, scorgendo ogni tanto dei lemuri che incuriositi saltavano da un albero all’altro seguendo la barca. L’isola era molto alta, forse più di 600 mt e la sommità era avvolta dalle nuvole.

Quando lasciammo Nosy Komba alle nostre spalle ed entrammo nel canale che ci separava dalla costa, il mare cominciava ad essere agitato. Si alzò un forte vento che ci accompagnò fino a quando arrivammo a ridosso di un promontorio che costeggiava l’inizio  dell’estuario. In lontananza vedemmo delle piroghe che lasciavano la spiaggia per venire verso di noi. Quando fummo in prossimità di una di esse, spensi il motore e dissi a Roger di chiedere dove fosse il villaggio di Ankify. Il nero a bordo della piroga ci chiese se avevamo dell’acqua da dargli e ci indicò la direzione da prendere. La marea doveva essere al culmine perché l’estuario era bello pieno e non si vedevano isolotti  o lingue di sabbia sporgere  dalle acque limacciose ad eccezione     di  una duna  ad una cinquantina di metri di distanza dove  un branco di cormorani si asciugava le ali al sole dopo la pesca. Dopo circa una mezz’ora scorgemmo sulla nostra destra delle capanne. Accostai, portammo  l’ancora sulla sabbia a una decina di metri nell’interno e la barca si mise a filo di corrente. Mandai i due marinai in avanscoperta a chiedere dove si trovavano i due capi villaggio di cui Paolo mi aveva parlato con i quali aveva fatto l’accordo per acquistare il pescato. Quando Omer e Roger       tornarono  avevano uno sguardo tra il sorpreso e il preoccupato. Mi dissero  che dovevamo risalire il fiume ancora per un paio di km e poi entrare in un’affluente e proseguire per ancora un tratto. Lì avremmo trovato il villaggio di  Ratsiroa , dove c’era uno dei due capi, dell’altro non sapevano nulla. Salimmo rapidamente in barca, mollammo l’ormeggio e ripartimmo subito. Infatti il problema era il tempo che passava inesorabilmente e quindi la marea che aveva iniziato a scendere. Se non avessimo fatto in tempo a tornare ad Ankify  con abbastanza acqua, rischiavamo di dover attendere la marea successiva per poter tornare fuori dall’estuario, con tutto quello che avrebbe comportato passare una notte fuori… Arrivammo dove il fiume si congiungeva con l’affluente e cominciammo a risalirlo lentamente, la corrente era fortissima a causa della marea in discesa. Quando giungemmo in prossimità delle capanne su palafitte, erano circa le 15. Scendemmo a terra ma il villaggio era vuoto ad eccezione di qualche gallina e cane impaurito. Non c’erano piroghe, nessun segno di presenza umana. Risalimmo in barca e continuammo lungo il fiume, pensando che non eravamo ancora arrivati al villaggio giusto. Dovevamo fare in fretta oppure sarebbero stati cavoli acidi. Giungemmo finalmente al villaggio dove c’era il malgascio che stavamo cercando. Dopo i convenevoli di rito, ci consegnò le ceste con i granchi e i gamberi, pagai quanto pattuito e immediatamente cominciammo a ridiscendere il fiume.. ma era troppo tardi. Quando lasciammo l’affluente e arrivammo sul fiume principale  erano le 17,30, numerosi banchi di sabbia affioravano ovunque e la navigazione era praticamente ridotta solo ad alcuni canali ancora con abbastanza acqua. Calcolai che sarebbe stato peggio se ci fossimo trovati nell’impossibilità di proseguire  restando magari piantati al centro del fiume, per cui mi avvicinai al bordo, gettammo l’ancora e ci preparammo per passare la notte. Era   quasi buio quando si scatenò il finimondo. Preceduto da alcune folate di vento fresco, cominciò a scaricarsi sulle nostre teste un pandemonio di acqua. Arrivava in orizzontale, in obliquo , dall’alto e dal basso perché  era talmente violenta che rimbalzava per terra e risaliva verso l’alto. Lasciai i due marinai dentro la cabina che non avrebbe contenuto comunque tutti quanti, e con Cristina iniziai una battaglia epica per cercare di tirare su la tenda tra scrosci d’acqua, lampi e un fottuto  vento con la pochissima luce ancora residua. Dopo circa 45 minuti di lotta impari, eravamo riusciti a piantare un palo centrale e quattro picchetti laterali e bagnati come pulcini ci eravamo infilati sotto il telo al coperto. Avevamo steso un secondo  telo   e quindi riuscivamo in qualche modo a non impastarci con la terra fradicia. Verso le 21, la tempesta  di pioggia si calmò e anche il vento cadde completamente. L’aria era tiepida e cominciammo a sentire le prime frotte di zanzare arrivare in branchi famelici. Questo era un   grosso problema. La malaria, endemica in quei luoghi, ci avrebbe potuto attaccare e se per caso fosse stata cerebrale, stroncare in pochi giorni, in quanto non avremmo trovato a Nosy Be alcun presidio sanitario in grado di curarci. La prevenzione con la clorochina che avevamo fatto prima di partire era acqua fresca di fronte ad un attacco di quella portata. Ci avvolgemmo come potemmo negli asciugamani bagnati che avevamo, cercando di non lasciare scoperto alcun pezzetto di pelle. Sentivamo il ronzio famelico delle bestiacce attorno alle nostre teste vicino alle orecchie, sembravano uno stormo di Messerschmitt della  Luftwaffe in picchiata sopra le linee inglesi!  Così cercammo di far passare le ore che ci separavano dall’inizio dell’alta marea. Quando fu mezzanotte, uscii all’aperto per rendermi conto della situazione. La barca che era andata completamente in secca e che era appoggiata su un fianco, stava iniziando a galleggiare e presto sarebbe stata in grado di riprendere l’acqua. All’una e mezzo  saltammo a bordo, svegliammo i due marinai che completamente rimbambiti dal sonno russavano come mantici e cominciammo a spingere l’imbarcazione verso il centro del fiume dove c’era più acqua. Io sul davanti con una cima sulle spalle che tiravo e Roger e Omer a spingere da poppa. Mi veniva in mente la “ Regina d’Africa” con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn ma sicuramente io non ero Bogart, Cristina non era la Hepburn e il fiume non era il lago Vittoria, e quello era un film, questa era la maledetta realtà dove mi ero andato a cacciare, Cristo Santo! Non sapevo quello che c’era sott’acqua né dove mettevo i piedi. In un pallido chiarore di una luna al primo quarto intravedevo il luccicare della corrente al centro del fiume. Quando l’acqua cominciò ad arrivarmi alle spalle decisi di provare a mettere in moto.. Eravamo controcorrente perché l’acqua del mare stava entrando dentro l’estuario quindi dovevamo sbrigarci prima che la barca s’intraversasse andando ad arenarsi su un banco di sabbia. Gridai a Roger di salire e mettere in moto  e tenni la prua a corrente finchè non udii il motore partire quindi saltai a bordo e presi il timone. Cercai di tenermi al centro anche se era molto difficile capire dove fossimo. Vedevo solo ombre con pallidi riflessi lunari che mi indicavano approssimativamente quella che doveva essere la linea della costa alla mia destra in quanto la luna, sorta da poco,  era bassa  dietro la vegetazione. Procedemmo molto lentamentecon il terrore di sbattere contro qualcosa di sommerso e magari spaccare  l’elica. Proseguimmo praticamente alla cieca per circa un’ora e verso le tre cominciammo ad avvertire un vento fresco che ci indicava che ci stavamo avvicinando al mare aperto. Ce l’avevamo fatta ad uscire dall’estuario, ma non sapevamo dove ci trovavamo né quale era la rotta da seguire. Non avevo con me una bussola perché, primo, Paolo non me l’aveva data e secondo in effetti, dovendo navigare lungo costa, tra un’isola e l’altra, a vista e di giorno, non pensavamo che  sarebbe stata necessaria. Tra l’altro il cielo si era coperto di nuvole e quindi navigavamo nell’inchiostro. Cercavo di mantenere la rotta il più dritto possibile spaccandomi gli occhi nell’oscurità per rilevare un qualsiasi riferimento. E poi il mare aveva cominciato a diventare mosso. Grosse  onde corte sospinte dal vento rompevano e ci infradiciavano. La temperatura si era abbassata e…. poi accadde! Improvvisamente il motore andò in cavitazione, l’elica uscì dall’acqua e contemporaneamente lo scafo si inclinò sulla destra. Avevamo preso in pieno una secca ed eravamo saliti per metà su un  banco di sabbia. Con le onde che sbattevano contro la poppa e rompevano entrando dentro e allagando tutto. Non c’era un istante da perdere . Gridai a Cristina di scendere anche lei  sul banco di sabbia e ai due marinai di spingere con tutte le forze indietro per tirar fuori la barca da quella posizione prima che riempiendosi d’acqua diventasse impossibile da spostarsi. Se non ci fossimo riusciti lo scafo si sarebbe spaccato e saremmo diventati cibo per i pesci. Cominciammo a tirare e a spingere tutti e quattro al massimo delle nostre capacità approfittando delle onde che ci aiutavano raddrizzando la barca. Ad ogni onda era come se arrivasse uno schiaffone, ce la mettevamo tutta ma la barca sembrava di piombo. Poi un’onda più grossa delle altre ci passò sopra e contemporaneamente spinse la prua fuori dal banco, la barca iniziò a galleggiare e io mi sporsi verso il punto in cui c’era Cristina che era completamente immersa nell’acqua e non riusciva a risalire. La tirai a bordo da poppa dove lei si poteva aiutare aggrappandosi al motore. Misi in moto  e mi allontanai verso la direzione dove ci sospingevano le onde. Dopo pochi istanti gridai a Roger di gettare l’ancora e sballottati dalla corrente e dal vento ci disponemmo ad aspettare in qualche modo che arrivassero le prime luci dell’alba. Solo così avremmo potuto renderci conto di dove fossimo. Verso le 5, 30 cominciò un pallido chiarore da Oriente, e già questo mi fece capire quale fosse la direzione da prendere. Verso le 6 la luce era sufficiente per ripartire. Con una nottata simile sulle spalle  e gli occhi che mi bruciavano per il sale, diressi verso Nosy Komba che in lontananza aveva una sagoma inconfondibile a pan di zucchero. Quando ce la  lasciammo alle spalle ,  erano circa le 9 e il mare era un olio. Peccato che Giove Pluvio non ci  avesse  ancora mostrato tutta la sua potenza la sera precedente ad Ankify, e decise di farlo in quel momento. Si aprì una cortina di pioggia sulle nostre teste come non ne avevo mai vista in tanti anni d’Africa. Il colore del cielo e del mare era un grigio uniforme, laddove non si capiva dove finiva il primo e cominciava il secondo. Viaggiavamo completamente alla cieca assordati dal rumore degli scrosci con  le gocce  di pioggia che quando toccavano la superficie del mare esplodevano polverizzandosi e creando una sorta di nebbia. Procedemmo così per quasi un’ora e quando finalmente la pioggia cessò eravamo a poche miglia dal “Cratere”. Eravamo riusciti a mantenere la rotta nonostante le condizioni avverse.

Quando arrivammo sulla spiaggia di Ambatoloaka, ci corsero tutti incontro per aiutarci ad ormeggiare la barca. Sicuramente avevano pensato che ci fosse successo qualcosa dato che ritornavamo con ben 20 ore di ritardo. Scambiai due parole con Paolo e gli dissi che  gli avrei raccontato ciò che era successo l’indomani. Avevamo  solo bisogno di dormire visto che la doccia di acqua dolce l’avevamo già fatta; poggiata la testa sul cuscino perdemmo conoscenza fino alla mattina seguente.

Fabrizio De Robertis

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione Milano Metropoli.org

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