Le ali della libertà

Fabrizio de Robertis – Maria Cristina Coffer

CAPITOLO 4

La piccola Monique scese dalla moto dove abbarbicata a suo padre aveva percorso il tragitto da casa e di corsa raggiunse l’entrata della costruzione dove si trovavano gli uffici della NAS. Era giovedì e come tutte le settimane Victor la portava con se per farle passare una giornata spensierata in un luogo che lei amava molto. Vedere l’aeroporto con tutti gli aerei che atterravano e decollavano in continuazione era una passione che evidentemente si trasmetteva geneticamente. Nel frattempo avrebbe dovuto fare i compiti ma quella era un’altra storia.

La costruzione su due livelli aveva al piano terra un ristorante e un bar, gli uffici al primo piano. Ed era dalla finestra di uno di questi uffici che la piccola osservava suo padre mentre accompagnava gli allievi piloti verso gli aerei scuola e poi decollava. Nell’arco della mattinata sia Victor che i suoi colleghi riuscivano ad effettuare più di 4 ore di navigazione con gli allievi e quindi c’era moltissima attività nell’aeroporto di Embabeh.  Nel corso dell’ultimo anno da quando la società aveva aperto i battenti tantissimi giovani si erano laureati piloti e la NAS era diventata la scuola  più famosa del Nord africa. Victor, in seguito all’incidente, aveva dovuto ripassare i brevetti , dato che il suo volo rovesciato durante la manifestazione, aveva sollevato meraviglia ma anche delle perplessità nell’ambito aeronautico egiziano. Era guarito completamente ma avendo la gamba destra che era diventata più corta di un paio di cm a causa delle fratture, zoppicava leggermente.

Per quanto riguardava il trasporto passeggeri e merci c’era stato proprio un boom di richieste e gli aerei praticamente passavano a terra solo il tempo necessario ed indispensabile per la manutenzione. I viaggi erano diretti in tutto il nord Africa ma soprattutto verso la nuova nazione di Israele. Diversi voli a settimana collegavano il Cairo con Lydda o Gerusalemme. 

Quando un business va bene, in tanti pensano di poter fare la stessa cosa, e vuoi per invidia o per calcolo predeterminato, dopo alcuni mesi, dall’altro lato della pista di decollo prospiciente la NAS, iniziarono i lavori di costruzione di un fabbricato che avrebbe dovuto essere la sede di un’altra scuola  di volo. I proprietari erano le famiglie  di due giovani piloti che avevano preso il brevetto di volo con Victor mesi prima. Evidentemente pensavano che sarebbero riusciti ad avere lo stesso successo della NAS. Ma le cose non andarono proprio così. Per due aspiranti piloti che si iscrissero in seguito nella nuova scuola , ce n’erano 20 che si presentavano presso la NAS. Inoltre la società di Victor era diventata anche rappresentante esclusivo della OFEMA e cioè dell’Office Français d’Exportation de Materiel Aeronautique, un’attività che al Cairo faceva gola a tanti, soprattutto nell’ambito del governo. 

I mesi passavano e altre due manifestazioni aeree vennero organizzate dalla NAS ad Alessandria  e all’aeroporto di Nouzha riscuotendo un notevole successo e clamore mediatico. 

Come ho detto, nell’edificio della NAS, al piano terra c’era un bar con dei tavolini all’aperto che era diventato un luogo di raduno per la gente  del Cairo. La parte della popolazione con più mezzi economici e culturali, amava andare in quel luogo che era diventato un punto d’incontro per gli sportivi e gli intellettuali. 

Era un giovedì pomeriggio caldo e afoso di febbraio  del 1948 quando Victor sceso dall’aereo dopo aver fatto le consuete 4 ore di scuola di volo, si diresse verso il bar sognando una birra ghiacciata. Seduti ai tavolini all’esterno  c’erano una decina di persone. Victor vide che Ahmed stava sorseggiando un caffè, in piedi a ridosso della porta d’ingresso. “Ehi amico mio, dovresti dare un’occhiata ai flaps del 2032 perché ho notato che durante l’atterraggio c’è una brutta vibrazione, non vorrei che ci fosse qualche problema nei cavi di comando”. ” Certamente Victor, lo guardo più tardi prima di andare a casa così domani, visto che devi partire per Gerusalemme, sarà tutto a posto”. La conversazione non era sfuggita ai due uomini che seduti vicino all’ingresso,all’arrivo di Victor avevano esclamato: “guarda guarda , c’è l’ebreo zoppo! il bastardo va dai suoi compagni anche domani, dobbiamo sbrigarci “. Sogghignando  si guardarono negli occhi ed annuirono con complicità. Quindi si alzarono e rapidamente uscirono dirigendosi verso una berlina scura parcheggiata sul retro. 

Robert Setton aveva l’abitudine di arrivare all’aeroporto di Embabeh la mattina molto presto . Amava quelle ore di tranquillità che precedevano il turbinio delle eliche che avrebbe pervaso tutto il resto della giornata. Scese dall’auto e si avvicinò alla porta dell’hangar. Notò che c’era una cassa di legno di circa un metro di lunghezza per 50 cm recante un iscrizione con un indirizzo: David Mizrachi,  345, Yossi Ben Yoezer street, Gonen, Gerusalemme. Conosceva quell’indirizzo, si trattava di un israeliano che acquistava materiale aeronautico per conto  del nuovo governo. Lì per lì pensò che qualcuno avesse trovato la sera prima già chiuso l’ufficio e sapendo che c’era il giorno dopo al mattino presto il volo per Israele, avesse lasciato la cassa di fronte alla porta. Entrò e la spostò all’interno dell’hangar, riproponendosi di avvertire l’incaricato appena fosse arrivato più tardi. 15 minuti dopo questo avvenimento,  Robert fu raggiunto da un collega della OFEMA che gli disse che c’era stato un furto, pertanto di corsa salirono in auto e corsero ai magazzini situati dal lato opposto dell’aeroporto, per verificare cosa fosse accaduto. 

Quando gli impiegati arrivarono mezz’ora dopo, trasportarono la cassa nel deposito bagagli da dove successivamente la merce sarebbe stata imbarcata sugli aerei per le varie destinazioni. Nessuno si domandò chi l’avesse portata. 

Alle 9,15 Victor stava sorseggiando un caffè appoggiato al bancone del bar. Pensava che la giornata, senza un filo di vento, gli avrebbe consentito una navigazione tranquilla. La partenza per Gerusalemme era prevista dopo mezz’ora. Gli operai stavano caricando la merce sugli aerei. Alle 9,35 si diresse verso il Norecrin 2032 non prima di aver lanciato una voce a Ahmed per sapere se i flaps erano a posto. Avendo ricevuto risposta positiva si diresse verso l’aereo dove stavano completando il carico. Fu in quell’attimo che con la coda dell’occhio vide arrivare due auto bianche con la scritta Police sugli sportelli e i lampeggianti accesi. Una si parcheggiò di fronte all’aereo, e l’altra dietro la coda. Ne uscirono quattro poliziotti che immobilizzarono i due operai addetti al carico e si diressero verso Victor con fare minaccioso.  ” Mostrate il Pilot Log Book capitano” disse il primo, mentre il secondo cominciava a tirar giù dalla stiva il contenuto. “Vedo che siete diretti in Israele, cosa trasportate?” Victor stupito da un atteggiamento così duro, pensò che ci fosse stato un errore di persona o addirittura di aeroporto. ” Si, vado a Gerusalemme e trasporto soprattutto pezzi di ricambio. Potete controllare” . Nel frattempo l’altro poliziotto aveva tirato fuori dalla stiva la cassa di legno  che aveva trovato Robert. ” Cosa c’è qui dentro capitano?”. Victor non aveva idea di cosa potesse contenere e disse: “non conosco a memoria il contenuto di ogni singola cassa ma come vi ho già detto saranno pezzi di ricambio per aerei”. “Adesso lo vediamo.” Ciò detto il poliziotto prese dal portabagagli un piede di porco e aprì il coperchio della cassa. “Proprio come pensavamo”! Victor sentendo quanto esclamava il poliziotto, sì avvicinò per guardare all’interno della cassa. In mezzo alla paglia luccicavano, colpiti dai raggi del sole che stava già scaldando l’aria, le canne di 6 fucili da combattimento nuovi di zecca. “Non capisco, non ho idea di chi abbia portato questa roba qui dentro, noi non trasportiamo armi” “Questo lo vedremo, adesso dovete venire con noi al comando”. E con un manganello colpì Victor dietro le ginocchia facendolo cadere al suolo pesantemente. In  quel mentre Robert, che dai magazzini situati dall’altro lato dell’aeroporto, aveva visto i lampeggianti, arrivò e con una brusca frenata  si fermò a fianco delle auto della polizia. Scese e si presentò al poliziotto chiedendo spiegazioni. Fu afferrato in malo modo  e trascinato insieme a Victor all’interno dell’auto che pochi istanti dopo partì a sirene spiegate.

La piccola  Monique che stava guardando dalla finestra, corse al piano inferiore dove c’era lo zio che gestiva il ristorante e gridando lo afferrò per le gambe e tra le lacrime gli disse che la polizia aveva portato via il papà e anche Robert.

La sera, verso le 21, Robert Setton venne rilasciato ma di Victor non si seppe più nulla. Il cognato era un personaggio molto influente a livello governativo e contattato da sua moglie Marcella, fece delle ricerche e alcuni giorni dopo riferì che Victor era stato arrestato per traffico d’armi con Israele e incarcerato in un campo di internamento. Per alcuni mesi non si seppe più nulla di lui nonostante tutti i giorni Marcella che era in cinta e prossima al parto, si recasse presso il comando della polizia per avere notizie. Era come se fosse stato inghiottito da una voragine senza fondo e come prendere a pugni un muro di gomma. Finalmente verso i primi giorni di  giugno a Victor fu concesso di uscire con un permesso di poche ore per assistere alla nascita della figlia. Era il 12 giugno 1948 ed era nata Marie Christine. In quel frangente, Victor e sua moglie la chiamarono così per nascondere a tutti le sue origini.  Quando  finalmente fu rilasciato grazie all’aiuto del cognato ed arrivò a casa ad Heliopolis,i suoi vicini stentarono a riconoscerlo. Lui che aveva sconfitto già una volta la morte del corpo grazie alla sua volontà di ferro, ora era stato massacrato psicologicamente per annientare la sua mente. Gli avevano detto che lo rilasciavano ma che non avrebbe più dovuto volare che per lui equivaleva a morire. In quel periodo l’odio nei confronti degli ebrei era salito in maniera esponenziale. Già da novembre del 1947 era iniziata la guerra contro Israele in seguito alla Risoluzione dell’Onu che prevedeva la partizione dei territori palestinesi e gli egiziani pur se non ancora coinvolti direttamente nel conflitto, si erano schierati contro Israele.

La situazione per la NAS ora era drammatica. Giorno dopo giorno la società era sottoposta a ricatti economici di ogni genere e i giovani che volevano imparare a volare avevano paura di affidarsi alla compagnia” dell’ebreo zoppo”. I costi lievitavano esponenzialmente ed i soci furono costretti a licenziare tutti i dipendenti. 

Una sera dei primi di maggio del 1949, Abdel Hamid Bey, uno dei proprietari  e grande amico di Victor, bussò al 19 di Omar Ibn Kattab street ad Heliopolis, vestito con un caftano che lo copriva completamente e lo rendeva irriconoscibile. Quando Victor sentì la sua voce da dietro la porta, lo fece entrare. I due si abbracciarono a lungo. “Ascolta Victor, ho saputo che nei prossimi giorni ci sequestreranno tutti gli aerei ” ” Ma cosa stai dicendo? Perché? ” Vogliono distruggerti e indirettamente distruggere anche me e Robert perché siamo tuoi amici. Si vogliono appropriare della società e probabilmente la nazionalizzeranno. Abbiamo perso tutto. Solo che a noi non faranno nulla, noi siamo arabi egiziani ma a voi…non ci posso pensare”. Victor si accese una sigaretta e nervosamente disse ” Non è per me che temo ma per la mia famiglia, adesso che Monique ha anche una sorellina, non posso pensare che succeda loro qualcosa”. ” Ascolta, te ne devi andare e rapidamente. So che hai dei contatti in Sudafrica, in Rodesia e in Italia. Cerca qualcuno che ti possa garantire ospitalità e scappa. Abbiamo ancora gli aerei. Tanto ce li sequestreranno. Prima che ciò accada prendi il Goeland che ha più autonomia e più spazio a bordo. Entro il fine settimana devi sapere dove andare”. I due amici si abbracciarono e rimasero d’accordo che nei giorni seguenti  si sarebbero visti ad Embabeh per sistemare l’aereo per il viaggio. 

Il giorno successivo Victor prese contatto con dei suoi conoscenti che erano  a Johannesburg, e con altri che si trovavano ad Harare.  In entrambi i casi si trattava di paesi di madre lingua inglese in cui vigeva l’apartheid. Dopo aver riflettuto a lungo si mise in contatto con il suocero che viveva a Milano da molti anni che, dopo aver parlato con degli amici all’ufficio stranieri, gli fece sapere che c’era la possibilità di ottenere un visto turistico per tre mesi.

Il problema che dovevano risolvere adesso era come garantire un volo dal Cairo a Milano senza scalo. La sera seguente Victor si incontrò in gran segreto con Abdel Hamid in aeroporto ad Embabeh. Era necessario che nessuno li vedesse armeggiare intorno all’aereo per cui in mattinata Ahmed, l’unico oltre Abdel Hamid a sapere quello che stava per succedere, aveva provveduto a mettere il Caudron Goeland dentro l’hangar. Il lavoro consisteva nella sistemazione in fondo alla carlinga di due serbatoi supplementari di carburante. Tolsero le ultime due file di sedili e trasportarono all’interno  due contenitori da 100 lt che assicurarono con delle cinghie ai longheroni su cui erano avvitati i sedili. Poi li collegarono al  serbatoio principale che si trovava al di sotto della cabina nella parte inferiore della fusoliera in modo tale che man mano che il carburante veniva consumato poteva essere rimpiazzato da quello dei contenitori supplementari. L’ultimo atto fu il riempimento col carburante. L’aereo adesso aveva una autonomia sufficiente a raggiungere Milano  senza scalo in condizioni di viaggio normali. Diversamente sarebbe stato costretto ad atterrare prima ma comunque su suolo italiano.

Due giorni dopo, sulla  Omar Ibn Kattab street alle 11 di sera non c’era anima viva. Tirava un vento teso da est e refoli di sabbia mista a sporcizia e foglie morte rotolavano lungo il marciapiede. Victor con la sua famiglia, due valigie con poche cose, usciva dal portoncino situato sul muro che recintava la palazzina. Guardò verso l’alto e vide che tutte le finestre erano chiuse e non filtrava alcuna luce. Era necessario che nessuno li vedesse. Abdel Hamid, parcheggiato a qualche metro di distanza, fece un rapido segno con i fari ad indicare che potevano uscire e salire in auto. Un grosso camion passò a qualche decina di metri di distanza facendo sobbalzare il gruppetto che stava sedendosi e chiudendo gli sportelli. Il tragitto verso Embabeh costituiva forse il momento più pericoloso perché se la polizia li avesse fermati tutto poteva precipitare. Arrivarono senza problemi all’aeroporto. La sbarra d’accesso era aperta perché Abdel Hamid  l’aveva lasciata così alle 18 quando era uscito dagli uffici. Parcheggiarono all’interno dell’hangar e Victor fece salire sua moglie con Monique e la piccola Marie Christine di soli 11 mesi in una culla, dentro il Goeland. Essendo un aeroporto che funzionava solo di giorno e soprattutto con scuola di pilotaggio, nella torre di controllo non c’era personale a quell’ora. Tuttavia la distanza da Almazah era molto esigua quindi sicuramente dopo il decollo l’aereo sarebbe entrato nella zona di competenza dei radar dell’aeroporto. 

“Sei stato un grande amico e un grande pilota Victor, mi mancherai” “Senza il tuo aiuto non sarei mai riuscito a cavarmela! dì a Robert e ad Ahmed  che sono parte del mio cuore e non li scorderò mai!” “Facci sapere come andranno le cose in Italia e chissà…. Inch’allah Ya Saddiqi!”

I due uomini restarono abbracciati un istante e poi Victor salì al posto di guida e tirò la manetta dell’avviamento. Abdel Hamid aprì le porte dell’hangar e si dispose con due fiaccole di fronte al velivolo per guidarlo nel buio verso la pista. Lungo  il tracciato  non c’erano luci per cui Ahmed precedentemente, aveva predisposto delle fiaccole ogni 25 mt ai lati. Abdel Hamid corse ad accenderle. Quando l’ultima in fondo fu visibile nel buio, Victor mollò i freni e iniziò la corsa verso il cielo. La notte era stellata ma senza luna, e l’aereo volava senza luci di posizione per cercare di allontanarsi il più possibile senza essere notato. Silenzio radio  per i primi 45 minuti di volo. Quando lasciata la costa egiziana  fu sopra le onde del mediterraneo, si mise all’ascolto  ma non gli pervenne alcuna richiesta di identificazione. Ce l’aveva fatta. Ora, se tutto andava liscio, dopo 2500 km e 10 ore di navigazione, sarebbero atterrati a Milano dove li attendeva una nuova vita e una nuova patria che li avrebbe accolti sulle ali della libertà!   

Fabrizio de Robertis – Maria Cristina Coffer

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione Milano Metropoli.org

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