E come potevamo noi cantare…

Di questi tempi la guerra di logoramento cui ci sottopone il “coronavirus” ci fa sentire impotenti, verrebbe voglia di appendere la cetra alle fronde degli ulivi o degli allori. “Così sfacendosi dolorano le cose” scriveva la poetessa Antonia Pozzi e noi oggi avvertiamo il palesarsi di tutta la nostra fragilità. Eppure mai come in questi momenti ci si accorge che la parola giova alla sofferenza, al nostro muto sgomento, alle nostre inconfessabili angosce; la parola, poetico ponte, può creare una catena di solidarietà, aiutarci a riscoprire valori trascurati, a coltivare amicizie anche se da lontano.

Dovremmo imparare di nuovo a provare gioia nel contemplare cose semplici ma nel tempo stesso grandiose. Personalmente mi ritengo fortunata, in primo luogo perché durante il “confinamento” del 2019/2020, immagini, suoni, profumi, letture e incontri, ormai archiviati,sono tornati ad affacciarsi alla mia memoria chiedendo condivisione e la scrittura stessa è diventata la casa dove abitare quotidianamente; in secondo luogo vivendo in Tremezzina, sul lago di Como, a metà strada fra il Golfo di Venere e il Golfo di Diana, tutto sembra favorire l’ispirazione. Qui le stagioni si avvertono ancora con particolare evidenza, qui diventa veramente difficile distinguere fra suono che si fa senso e senso che si fa suono. E intrigante è la luce.

La mia poesia insegue il più possibile la bellezza di luci, linee, colori, profumi, flora e fauna, l’incanto, insomma, di magiche atmosfere: si fa pittura o fotografia e soprattutto musica. Il tentativo è quello di contemplare la superficie delle cose per intenderne la profondità e trarne la prossimità di una fusione più creaturale e segreta; cercare un dialogo con la misteriosa anima naturale che pure ci comprende, essendo noi “dentro” la natura e, trovandone gli accenti, celebrare un “sentirsi a casa”, un sentimento di appartenenza e di appagamento, che molto ha a che fare con il sentimento stesso dell’identità.

La mia recente adesione al “Realismo Terminale”, movimento poetico creato dal Maestro Guido Oldani e dal Professore Giuseppe Langella, rappresenta un antidoto alla negatività, sta ad indicare, nonostante tutto, fiducia nell’uomo, e “terminale” è dunque un aggettivo che, più che chiudere, apre alla speranza. C’è bisogno di fiducia, c’è bisogno di speranza, c’è bisogno di solidarietà.

Rosa Maria Corti

THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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