Il Presidente Joe Biden parla dall’Auditorium South Court del complesso della Casa Bianca a Washington, giovedì 9 dicembre 2021, in occasione dell’apertura del Vertice sulla Democrazia, mentre il Segretario di Stato Antony Blinken, a destra, osserva. KEYSTONE/Copyright 2021 The Associated Press

Nel dicembre del 2021 tutto lasciava presagire che ci si trovasse di fronte all’alba di una nuova era. Nei corridoi e nelle stanze della Casa Bianca la first lady aveva già acceso le lucine degli addobbatissimi alberelli di Natale. In una sala riunioni dell’ala ovest, suo marito, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, si era accomodato di fronte a uno schermo gigante.

“Benvenuti al primo vertice globale per la democrazia”: con queste parole Biden aveva accolto solennemente oltre un centinaio tra omologhe e omologhi da tutto il mondo, impossibilitati a recarsi di persona a Washington per via della pandemia di coronavirus.

Un anno dopo la sua elezione e il tentato assalto al Congresso degli Stati Uniti, fomentato dal suo predecessore e poi fallito, il presidente Biden emanava una grande fiducia: “Di fronte alle continue e allarmanti sfide alla democrazia e ai diritti umani universali in tutto il mondo, abbiamo bisogno di persone che facciano da pioniere e pionieri della democrazia”, affermava lo stesso Biden dichiarando che il verticeCollegamento esterno rappresentava il punto di partenza della lotta per un mondo più libero.

>>L’articolo di SWI swissinfo.ch sulla partecipazione svizzera al primo Summit per la democrazia, nel 2021:

Oggi, a soli due anni e mezzo dal primo vertice, della fiducia iniziale non è rimasto molto, e ciò non è dovuto solamente a una tendenza sempre più spinta all’autocrazia in molte zone del mondo.

Anche l’impegno iniziale degli Stati Uniti è andato inesorabilmente scemando, basti pensare che la terza edizione del vertice si terrà a Seul, capitale della Corea del Sud, e la presenza americana sarà ridotta ai minimi termini.

Ma come si è arrivati a questa situazione?   

“Prima la democrazia”, un motto che divide

Fin dal principio sull’iniziativa di Biden aleggiavano nubi oscure: la Casa Bianca, infatti, non aveva esteso l’invito solo a democrazie solide e affermate come Svizzera, Uruguay, Canada o Corea del Sud, ma anche ad autocrazie gradite agli Stati Uniti, come per esempio Bangladesh, Pakistan o Congo.

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Secondo Stephen Wertheim, senior fellow presso il Carnegie Institute di Washington, Joe Biden ha commesso lo stesso errore di George W. Bush, uno dei suoi predecessori: ha coniugato i propri valori con gli strumenti militari, convinto di riuscire a unire il Paese diviso in due difendendo democrazie lontanissime. Stando a Wertheim, però, in questo modo si è ottenuto l’esatto contrario: “Il motto ‘prima la democrazia’ divide gli Stati Uniti ancor più profondamente”.

Poche americane e pochi americani, infatti, ritengono giusto e importante promuovere la “democrazia all’estero”, come si evince da un’inchiesta condotta dal rinomato istituto demoscopico Pew Research Center: oltre il 75% delle cittadine e dei cittadini statunitensi intervistati considera la “tutela dei posti di lavoro americani” una priorità fondamentale nella politica estera, mentre solo il 20% accorda la stessa importanza alla “promozione della democrazia all’estero”.

Come esposto dallo storico americano Wertheim in un saggio pubblicato sulla rivista Atlantic, in molte situazioni conflittuali il motto “Prima la democrazia” si rivela controproducente e rischia persino di peggiorare i conflitti oltreoceano.

Basti pensare all’Ucraina: “Con la sua retorica della ‘difesa della democrazia’ Biden si è messo all’angolo da solo: se la democrazia è il valore fondamentale in gioco, l’idea di mettere pressione alla presidenza ucraina eletta sembra illegittima, anche se Kiev dovesse accettare obiettivi raggiungibili o intavolare negoziati con la Russia”.

Wertheim afferma inoltre che, secondo lui, Putin ha invaso l’Ucraina perché quest’ultima si sarebbe avvicinata alle istituzioni occidentali in risposta alle azioni della Russia. Lo storico ritiene che un’aggressione di questo tipo sia illegale e inaccettabile, a prescindere che da un lato vi sia un’autocrazia e dall’altro una democrazia. Wertheim sostiene che l’atteggiamento di Washington nei confronti della guerra di Israele contro Hamas a Gaza o la posizione di Taiwan nei confronti della Cina comporta le stesse complessità.

Kelly Razzouk è la consulente del presidente degli Stati Uniti Joe Biden per il vertice globale per la democrazia. In seno al Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti Razzouk si occupa di questioni legate a democrazia e diritti umani. Intervistata da SWI swissinfo.ch, la consulente afferma che il vertice è diventato “un catalizzatore e una piattaforma per coloro che rappresentano i Governi, la società civile e il settore privato, permettendo loro di fare fronte comune e occuparsi delle sfide e delle opportunità che le democrazie si trovano a fronteggiare oggigiorno”.

Proprio per questo e per le vicine elezioni in Corea del Sud, il 10 aprile, il Governo del Paese asiatico dimostra molta cautela nell’ospitare il verticeCollegamento esterno, afferma Sook Jong Lee, senior fellow presso l’East Asia Institute, un polo di ricerca indipendente nella capitale sudcoreana.

La sociologa è co-coordinatrice del vertice accanto a diverse organizzazioni internazionali per la partecipazione delle organizzazioni non statali e delle associazioni giovanili.

Seul ha deciso di non mettere a disposizione le risorse e l’infrastruttura necessarie: non solo, infatti, non vi saranno servizi di traduzione, ma le sale dotate degli impianti tecnici necessari per ospitare incontri in forma ibrida saranno pochissime. A pesare ancora di più, però, è il rifiuto del Governo sudcoreano di invitare le partecipanti e i partecipanti del vertice della società civile agli incontri con le rappresentanti e i rappresentanti dei Governi*.

Il vertice per la democrazia rischia di diventare un lontano ricordo? “Lo slancio e il dinamismo iniziali si sono sgonfiati. Non sappiamo come si svilupperanno le cose dopo questa terza edizione, considerato che l’entusiasmo di molti Paesi è andato via via scemando”, chiosa Sook Jong Lee, che esprime un auspicio: “Sarebbe bello se la Svizzera, Paese dalla lunga e interessante esperienza democratica, assumesse un ruolo più importante in questo processo”.

A Berna Simon Geissbühler reagisce con cauto ottimismo all’assist giunto dalla Corea del Sud. Geissbühler è l’ambasciatore responsabile della politica estera in materia di democrazia presso il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). “In futuro intendiamo rafforzare il dialogo politico sulla democrazia e agire in modo più multilaterale. Detto ciò, un vertice di questo tipo potrebbe rivelarsi una piattaforma interessante per raggiungere i nostri obiettivi di politica estera”. Eventi di questa portata, però, hanno senso solo se pensati per raggiungere risultati e scopi precisi, in altre parole se portano frutti concreti.

Secondo Geissbühler la Svizzera ha ampiamente rispettato gli impegni sin qui presi nel quadro del vertice per la democrazia: “Con la creazione nel nostro Paese di un’istituzione nazionale per i diritti umani abbiamo raggiunto un obiettivo importante. Nel campo della democrazia digitale abbiamo fornito il nostro sostegno all’impiego di piattaforme ad hoc, per esempio introducendo in una serie di Paesi pilota Smartvote, un’applicazione che funge da guida al voto”, afferma l’ambasciatore.

Sempre secondo Geissbühler, la Svizzera “ha contribuito fortemente al fondo internazionale per i media pubblici, sostenendo le democrazie emergenti grazie alla promozione di media indipendenti”.

Svizzera, buone premesse per una politica estera a sostegno della democrazia

Le premesse per un ruolo ancora più attivo della Svizzera nella promozione globale della democrazia sono relativamente buone; la Costituzione federale, infatti, contempla la promozione della democrazia a livello internazionale. Alcune settimane fa il Collegio governativo elvetico ha approvato la nuova Strategia di politica estera per il periodo 2024-2027, che tra le nuove priorità prevede una politica estera proattiva a sostegno della democrazia.

In quest’ottica, contrariamente a quello

ano il Governo svizzero può contare sull’ampio appoggio della popolazione: da un sondaggio rappresentativo realizzato nel 2021 è emerso che l’80% delle persone intervistate ritiene che la Svizzera, forte della propria tradizione democratica, sia predestinata alla promozione della democrazia in tutto il mondo.

Geissbühler afferma che a Seul, in occasione del vertice globale per la democrazia, la Svizzera sarà rappresentata da una piccola ma competente delegazione da lui guidata. Anche la presidente della Confederazione Viola Amherd interverrà con un videomessaggio.

Resta da vedere se, così facendo, la consigliera federale riuscirà a tirare fuori dai guai l’inquilino della Casa Bianca.

*Nota del 13.03.204: Il Governo coreano ha informato che più di 100 partecipanti al vertice delle ONG saranno invitati a partecipare alle riunioni ministeriali del primo giorno e che i leader di Governo saranno presenti all’evento della società civile del secondo giorno del summit. Il Governo statunitense ha comunicato che sarà rappresentato al Vertice da una delegazione guidata dal Segretario di Stato americano Antony Blinken.

A cura di Mark Livingston

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Di the milaner

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