Dalla spiegazione che ci diamo del mondo, dell’Universo e dei suoi meccanismi, derivano la nostra cultura, il tipo di relazioni sociali, così come società nel suo insieme e il rapporto che si ha con ciò che ci circonda, con la vita nel suo complesso. Da quando l’antropocentrismo è divenuta l’attitudine prevalente, mettendo l’essere umano al centro dell’Universo, si è fatta strada una sempre più marcata differenziazione tra l’umano e il non umano e anche all’interno della stessa specie umana, con il realizzarsi di sottocategorie o addirittura con l’espulsione stessa dalla categoria umana. Oggigiorno, con una reminiscenza di quel sentire antico soppiantato dall’antropocentrismo, riaffiorano filosofie che riordinano il valore ontologico affidandolo (ed estendendolo) alla vita in sé, alla Natura nel suo complesso, nella sostanza dell’uguaglianza della vita al di fuori della sua forma. Per questo c’è chi ritiene che anche la Natura e gli animali abbiano dei diritti e lotta affinché ottengano ciò che quindi sarebbe già loro, proprio come gli umani hanno diritti di per sé, in quanto esseri umani, in maniera inalienabile.

Diritti della Natura e degli animali non umani

Lo scorso mese, in seguito a lunghi ed articolati negoziati, le istituzioni europee hanno finalmente sancito un accordo che prevede l’inserimento del concetto di ecocidio – ovvero dei crimini a spese di ecosistemi marini e terrestri, alla loro flora e fauna e l’impatto che ne deriva – nel diritto comunitario. Nella fattispecie dell’ecocidio rientreranno crimini commessi in molteplici settori: rifiuti pericolosi, materiali radioattivi, commercio illegale di specie selvatiche, contaminazione delle acque, gestione dei rifiuti, fino alla “deforestazione importata” e al commercio di mercurio. L’anno scorso, un gruppo di lavoro formato da avvocati e legali internazionali riuniti nella coalizione Stop Ecocide International ha messo a punto una definizione giuridica di ecocidio, chiedendo che il reato venga aggiunto ai crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale dell’Aja insieme a quelli di guerra, contro l’umanità e ai genocidi. Inoltre, sempre in sede europea, è stato trovato un accordo sulla Legge sul ripristino della natura, che ha l’obiettivo di ripristinare parte degli ecosistemi naturali del Vecchio continente entro trent’anni.

Anche in Italia qualcosa è accaduto: la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi è entrata nella Costituzione, andando a modificare per la prima volta dal 1948 uno dei 12 articoli fondanti della Carta, quelli che ne contengono i cosiddetti Principi Fondamentali. Fino all’8 febbraio 2022 l’articolo 9 recitava: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il Paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. A questo testo è stato aggiunto: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Importante anche la modifica all’articolo 41, che ora recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla saluteall’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”. Le parole in corsivo sono la parte aggiuntiva della riforma costituzionale.

Ma c’è di più. In alcuni Paesi è cominciato il dibattito (e qualcuno lo ha messo già in pratica) circa la necessità di inserire dei veri e propri diritti per la Natura. Nel 2016 la Colombia ha dato valore giuridico al fiume Atrato, mentre nel 2019, l’Alta Corte del Bangladesh ha riconosciuto il fiume Turag e tutti gli altri fiumi del Bangladesh come un’entità vivente con diritti legali e ha richiesto che il governo intraprendesse azioni significative per proteggerli. In Nuova Zelanda già nel 1840 fu firmato il Trattato di Waitangi tra la corona britannica e il popolo indigeno Māori, con cui venne sancito il diritto del popolo Māori alla propria terra e alle proprie risorse. Non essendo mai stato rispettato il Trattato, come parte di un accordo di compensazione alle violazioni passate, nel 2014 e nel 2017 un ex parco nazionale chiamato Te Urewera e il fiume Whanganui sono stati riconosciuti dalla legge neozelandese come entità con diritti propri, con appostiti comitati per il rispetto di tali diritti, composti da una rappresentanza congiunta del governo e della tribù locale. Nel 2022, la laguna salata spagnola del Mar Menor è diventata il primo ecosistema in Europa a ottenere uno status giuridico limitato, simile a quello di un’azienda. L’Ecuador, invece, è stato il primo Paese al mondo ad inserire i diritti della Natura all’interno della propria Costituzione.

E se la Natura ha dei diritti, ed essa include gli animali, allora le rivendicazioni basate sui diritti potrebbero essere fatte per conto degli animali usando la dottrina e la strategia dei diritti della natura esistenti. Una formulazione antropocentrica in merito consterebbe nel garantire il diritto degli esseri umani ad avere tutti gli animali adeguatamente protetti. In tal caso, la protezione e la tutela è vista in relazione all’essere umano e le sue necessità. Questo è l’approccio che, in generale, i sistemi legali adottano attualmente per il trattamento degli animali. Altrimenti, al di fuori della relazione di interesse degli umani con i non umani, gli approcci ecocentrici e biocentrici radicano un diritto intrinseco alla Natura (così come per gli umani) e possono quindi essere promettenti per lo sviluppo di diritti animali legalmente riconosciuti.

Chi lotta per la Natura e per gli altri animali?

L’Ecuador è stato il primo Paese al mondo ad inserire i diritti della Natura all’interno della propria Costituzione, attraverso un pluridecennale processo socio-politico partecipativo di una moltitudine di comunità locali che subivano il degrado ecologico, sociale, politico ed economico dovuto ad un modello capitalista basato sull’estrazione delle ricchezze del sottosuolo e sullo sfruttamento del terreno. Dopo i regimi militari degli anni ’60 e ’70, con l’elezione alla presidenza di Jaime Roldós nel 1979, in Ecuador si è avviato un processo di democratizzazione che ha, gradualmente, permesso l’organizzazione di una rete solida di movimenti indigeni, i quali hanno poi dato vita all’Organizzazione delle Popolazioni Indigene di Pastaza (OPIP), fondata nel 1978, e alla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE), fondata nel 1986. L’Amazzonia è stata uno degli epicentri intorno a cui sono state costruite e diffuse le rivendicazioni ecologiche, le cui radici affondano nella lotta dei popoli indigeni alla schiavitù e al colonialismo. Lo sfruttamento indiscriminato e la devastazione di interi ecosistemi hanno portato l’attenzione anche a livello mondiale, ponendosi alla base della prima e della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, rispettivamente a Stoccolma nel 1972 e a Rio de Janeiro nel 1992.

In Ecuador, così come altrove, l’etica e la politica ecologista si sono
incrociate con i movimenti popolari che stavano combattendo strutture socio-economiche estremamente diseguali, frutto di governi autoritari e
ideologie razziste. Così, la protezione dei fiumi e delle foreste comuni si è profondamente legata alla difesa dei diritti umani, dei diritti socio-economici, dei diritti culturali e dei diritti terrieri collettivi. Nel 2008, dopo decenni di agitazioni politiche indigene, è stata adottata una nuova Costituzione che ha dichiarato l’Ecuador uno “Stato plurinazionale e interetnico” e ha introdotto una serie di elementi legali innovativi, come il concetto di sumak kawsay – tradotto come “buon vivere” – che cerca di ridimensionare l’idea di sviluppo, e il concetto relativo ai Diritti della Natura, dichiarando gli ecosistemi, le foreste, le montagne, i fiumi e i mari come soggetti giuridici. A proclamarlo è l’articolo 7: “La natura, o Pachamama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi. Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dall’autorità pubblica l’osservanza dei diritti della natura. Per applicare e interpretare questi diritti saranno osservati i principi stabiliti dalla Costituzione, secondo le circostanze. Lo Stato incentiverà le persone fisiche e giuridiche, così come le collettività, a proteggere la natura, e promuoverà il rispetto di tutti gli elementi che formano un ecosistema”.

Nel 2021, per la prima volta, è stato garantito legalmente il “diritto della natura” in una decisione della Corte Costituzionale del Paese che ha stabilito che l’estrazione mineraria nella foresta di Los Cedros viola la costituzione. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti, le popolazioni indigene hanno riacceso le lotte politiche. Dopo gli anni ’60 e ’70, e parte degli ’80, le proteste e le rivendicazioni politiche, sociali, economiche ed ecologiche dei popoli indigeni avevano infatti subito avuto una battuta d’arresto fino al 2014, anno dell’inizio della mobilitazione intertribale per la lotta contro la costruzione del Dakota Access Pipiline(un mega oleodotto lungo quasi 2.000 chilometri che avrebbe messo in pericolo, tra le altre cose, l’accesso all’acqua e la biodiversità del fiume Missouri, affluente del grande fiume Mississippi). Proprio per quanto concerne quest’ultimo, un’alleanza tra popoli indigeni e cittadini afroamericani – dall’Illinois alla Louisiana e al Mississippi – sta chiedendo che vengano riconosciuti i diritti del fiumecome parte dei “diritti della Natura”.

Al di fuori del mondo indigeno, molte organizzazioni si sono impegnate nella lotta e nella rivendicazione per i diritti della Natura e degli animali non umani. L’Environmental Life Force, fondato nel 1977, è l’antesignano del Fronte di Liberazione della Terra (ELF), nato poi nel 1992. Quest’ultimo usa il sabotaggio economico e la guerriglia per fermare lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente. Nel 1976 si era però già formata anche un’altra famosa organizzazione: ALF (Fronte di Liberazione Animale). Attraverso l’azione diretta, il sabotaggio e il boicottaggio, ma non trascurando la controinformazione, le manifestazioni e le campagne di protesta online, i militanti dell’ALF intendono impedire le logiche di dominio e sfruttamento degli animali non-umani. L’organizzazione informale anarchica ha le sue radici nelle Bands of Marcy, ovvero le Bande della Misericordia, nate nella seconda metà dell’Ottocento, che riunivano le persone, in particolare bambini e adolescenti, per imparare la gentilezza verso gli animali non umani attraverso l’educazione umana e l’azione diretta.

Chi lotta per la Natura e per gli altri animali?

L’Ecuador è stato il primo Paese al mondo ad inserire i diritti della Natura all’interno della propria Costituzione, attraverso un pluridecennale processo socio-politico partecipativo di una moltitudine di comunità locali che subivano il degrado ecologico, sociale, politico ed economico dovuto ad un modello capitalista basato sull’estrazione delle ricchezze del sottosuolo e sullo sfruttamento del terreno. Dopo i regimi militari degli anni ’60 e ’70, con l’elezione alla presidenza di Jaime Roldós nel 1979, in Ecuador si è avviato un processo di democratizzazione che ha, gradualmente, permesso l’organizzazione di una rete solida di movimenti indigeni, i quali hanno poi dato vita all’Organizzazione delle Popolazioni Indigene di Pastaza (OPIP), fondata nel 1978, e alla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE), fondata nel 1986. L’Amazzonia è stata uno degli epicentri intorno a cui sono state costruite e diffuse le rivendicazioni ecologiche, le cui radici affondano nella lotta dei popoli indigeni alla schiavitù e al colonialismo. Lo sfruttamento indiscriminato e la devastazione di interi ecosistemi hanno portato l’attenzione anche a livello mondiale, ponendosi alla base della prima e della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, rispettivamente a Stoccolma nel 1972 e a Rio de Janeiro nel 1992.

In Ecuador, così come altrove, l’etica e la politica ecologista si sono
incrociate con i movimenti popolari che stavano combattendo strutture socio-economiche estremamente diseguali, frutto di governi autoritari e
ideologie razziste. Così, la protezione dei fiumi e delle foreste comuni si è profondamente legata alla difesa dei diritti umani, dei diritti socio-economici, dei diritti culturali e dei diritti terrieri collettivi. Nel 2008, dopo decenni di agitazioni politiche indigene, è stata adottata una nuova Costituzione che ha dichiarato l’Ecuador uno “Stato plurinazionale e interetnico” e ha introdotto una serie di elementi legali innovativi, come il concetto di sumak kawsay – tradotto come “buon vivere” – che cerca di ridimensionare l’idea di sviluppo, e il concetto relativo ai Diritti della Natura, dichiarando gli ecosistemi, le foreste, le montagne, i fiumi e i mari come soggetti giuridici. A proclamarlo è l’articolo 7: “La natura, o Pachamama, dove si riproduce e si realizza la vita, ha diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sue funzioni e dei suoi processi evolutivi. Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dall’autorità pubblica l’osservanza dei diritti della natura. Per applicare e interpretare questi diritti saranno osservati i principi stabiliti dalla Costituzione, secondo le circostanze. Lo Stato incentiverà le persone fisiche e giuridiche, così come le collettività, a proteggere la natura, e promuoverà il rispetto di tutti gli elementi che formano un ecosistema”.

Nel 2021, per la prima volta, è stato garantito legalmente il “diritto della natura” in una decisione della Corte Costituzionale del Paese che ha stabilito che l’estrazione mineraria nella foresta di Los Cedros viola la costituzione. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti, le popolazioni indigene hanno riacceso le lotte politiche. Dopo gli anni ’60 e ’70, e parte degli ’80, le proteste e le rivendicazioni politiche, sociali, economiche ed ecologiche dei popoli indigeni avevano infatti subito avuto una battuta d’arresto fino al 2014, anno dell’inizio della mobilitazione intertribale per la lotta contro la costruzione del Dakota Access Pipiline(un mega oleodotto lungo quasi 2.000 chilometri che avrebbe messo in pericolo, tra le altre cose, l’accesso all’acqua e la biodiversità del fiume Missouri, affluente del grande fiume Mississippi). Proprio per quanto concerne quest’ultimo, un’alleanza tra popoli indigeni e cittadini afroamericani – dall’Illinois alla Louisiana e al Mississippi – sta chiedendo che vengano riconosciuti i diritti del fiumecome parte dei “diritti della Natura”.

Al di fuori del mondo indigeno, molte organizzazioni si sono impegnate nella lotta e nella rivendicazione per i diritti della Natura e degli animali non umani. L’Environmental Life Force, fondato nel 1977, è l’antesignano del Fronte di Liberazione della Terra (ELF), nato poi nel 1992. Quest’ultimo usa il sabotaggio economico e la guerriglia per fermare lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente. Nel 1976 si era però già formata anche un’altra famosa organizzazione: ALF (Fronte di Liberazione Animale). Attraverso l’azione diretta, il sabotaggio e il boicottaggio, ma non trascurando la controinformazione, le manifestazioni e le campagne di protesta online, i militanti dell’ALF intendono impedire le logiche di dominio e sfruttamento degli animali non-umani. L’organizzazione informale anarchica ha le sue radici nelle Bands of Marcy, ovvero le Bande della Misericordia, nate nella seconda metà dell’Ottocento, che riunivano le persone, in particolare bambini e adolescenti, per imparare la gentilezza verso gli animali non umani attraverso l’educazione umana e l’azione diretta.

Fonte

Di the milaner

foglio informativo indipendente del giornale

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