TIRO ALLA FUNE

di Enrico Tomaselli

In inglese, tiro alla fune si dice ‘tug of war’, che letteralmente sarebbe ‘tipo di guerra’. Un espressione che si addice perfettamente a quanto sta accadendo in Ucraina, ma non perché le parti si stiano reciprocamente tirando dall’una e dall’altra parte, in un sostanziale stallo; il vero tiro alla fune vede infatti da una parte la realtà e dall’altra la narrazione, da un lato i fatti e dall’altro la propaganda. E più va avanti il conflitto, più i due capi della fune si allontanano, come se questa fosse elastica.
E questa divaricazione tra la guerra ed il suo racconto è ciò che oggi racchiude la vera minaccia di escalation.

Soledar, oh cara!

Soledar, la piccola cittadina appena a nord di Bakhmut, è nel suo piccolo un paradigma di molte altre cose. È, innanzi tutto, un esempio ormai classico di come procede l’esercito russo, in questa campagna d’Ucraina. Una volta identificato un punto del fronte che abbia una certa rilevanza tattica o strategica, comincia a premere in forze, impegnando il nemico in una battaglia di logoramento e contemporaneamente inizia a premere ai lati, sviluppando una manovra di aggiramento. Quando le ali della manovra si sono spinte abbastanza in avanti, tanto da minacciare le linee di rifornimento dell’obiettivo principale, il gioco è già sostanzialmente fatto. Sganciarsi e ritirarsi diventa estremamente complicato per il nemico, che quindi prova a resistere e lanciare controffensive. Finché la situazione si fa drammatica e l’aggiramento rischia di chiudere in un calderone l’intera forza dispiegata. A quel punto, inevitabilmente, ciò che accade è che una parte delle truppe viene sacrificata, lasciata sul posto a coprire la ritirata, mentre il grosso si sottrae all’accerchiamento.

Ma Soledar racconta anche come funzioni lo storytelling propagandistico. La prima fase è all’insegna del “non molleremo di un centimetro!”, l’eroica resistenza prevarrà sull’orso russo. Ed affinché l’affermazione resista almeno un po’, mano a mano che la battaglia decima i reparti, se ne inviano continuamente di nuovi; che a loro volta vengo decimati. Quando ciò non è più possibile e comincia la ritirata, dapprima si alza la cortina fumogena (“la città non è caduta, si combatte ancora”), quindi si ammette la perdita ma “non era importante”, “non ha alcun valore strategico”… Infatti era tanto inutile che si sono sacrificati migliaia di uomini e mezzi pur di provare a non perderla.

Last but not least, la battaglia di Soledar rappresenta plasticamente la differenza abissale che caratterizza la condotta di guerra delle parti presenti sul terreno. Per la Russia, vale il principio per cui è meglio perdere terreno (Kherson) e preservare gli uomini, così da poterlo poi riprendere, mentre per l’Ucraina è l’opposto: preferisce perdere migliaia di uomini per difendere terreno, che poi inevitabilmente perde perché non è in grado di difenderlo. E questo non è semplicemente un diverso approccio strategico, ma attiene al senso profondo della guerra in corso.

Per la Russia, si tratta di un passaggio esiziale, dal quale o esce vittoriosa o esce distrutta. Quindi, tutta la sua capacità, tutta la sua volontà, tutta la sua esperienza sono finalizzate a questo esito supremo.

Diversamente, per Kyev l’obiettivo della vittoria semplicemente non esiste (se non, appunto, nella propaganda). Come ha detto giustamente Vasily Nebenzia, rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, l’Ucraina è oggi a tutti gli effetti una PMC della NATO, una private military company, che combatte in nome e per conto dell’Alleanza Atlantica, e che quindi persegue gli obiettivi di quest’ultima, non avendone di propri. E l’obiettivo della NATO non è la vittoria – che sa bene avrebbe un costo insostenibile – né tantomeno la riconquista dei territori ucraini perduti – che sa impossibile – ma una guerra di logoramento il più lunga possibile.
In questo senso, appunto, la guerra della NATO è esattamente un tug of war: tirare la corda allo spasimo un po’ per volta, sempre un po’ di più, cercando di arrivare il più vicino possibile al punto di rottura (ma per quanto possibile evitandolo ad ogni costo), e mantenendo la trazione per un tempo idealmente infinito.

Ovviamente, nella realtà dei fatti Soledar è invece importantissima dal punto di vista strategico e, non a caso, i russi vi hanno impegnato battaglia per mesi pur di prenderla, anche a costo di perdite non lievi – anche se infinitamente inferiori a quelle inflitte al nemico.
Anche tralasciando il fatto che nella cittadina si trova la più grande miniera di sale d’Europa (ed è quindi un altro pezzo di economia del paese che passa di mano) e senza ovviamente considerare il valore simbolico che proprio la narrazione ukroNATO ha finito con l’attribuirle, la caduta di Soledar apre a sua volta la strada all’accerchiamento dell’ancora più importante piazzaforte di Bakhmut.
Se dovesse cadere anche questa città, infatti, verrebbe meno una importantissima linea di difesa (altamente fortificata), aprendo la strada verso il Dniepr. Anche se, alcuni chilometri più ad ovest si trova una seconda linea, incentrata sulle città di Slovyansk e Kramatorsk, le forse russe potrebbero agevolmente aggirarla a sud, e sfondare in direzione di Zaporizhya.

L’effetto contagocce

Anche se la propaganda NATO ama celebrare lo sforzo corale dei paesi membri per sostenere l’Ucraina, la verità è che stiamo buttando miliardi in armi e munizioni senza alcuna logica, e senza alcuno scopo – se non quello, appunto, di prolungare la guerra. Perché non solo è evidente anche ad un bambino che la guerra va avanti solo e soltanto perché l’occidente invia di tutto a Kyev (senza l’aiuto della NATO, la guerra finirebbe in 24 ore). Se gettiamo lo sguardo tra le maglie della narrazione farlocca dell’Alleanza, viene anche fuori con chiarezza che qualunque supporto significativo – in termini di quantità, di qualità e di tempo – spingerebbe per un’accelerazione del conflitto; e poiché invece si vuole tirarlo per le lunghe, diventa necessario che il sostegno sia dato col contagocce, giusto quel poco che serve per tenere in vita le forze armate ucraine.

La narrazione atlantista si nasconde dietro una duplice bugia: racconta che non si vuol fornire agli ucraini quel tal tipo di armamento, per evitare di restare coinvolti direttamente nel conflitto, e quindi per evitare la terza guerra mondiale. Ma ovviamente la realtà è che la NATO è totalmente coinvolta nel conflitto; non solo perché senza il suo aiuto l’Ucraina collasserebbe in un giorno, ma anche perché i paesi europei dell’Alleanza sono di fatto un’immensa retrovia del fronte. È qui che si addestrano le truppe di Kyev, e qui che si riparano i mezzi danneggiati in combattimento, è da qui che partono le linee di rifornimento, da qui decollano gli aerei spia che monitorano il campo di battaglia. Per tacere, ovviamente, delle migliaia e migliaia di uomini di eserciti NATO che operano già sul terreno, sotto la copertura del mercenariato.

Si è creata quindi una situazione surreale, in cui esiste un tragico gioco della parti.

Per un verso, i militari ucraini – benché consapevoli del proprio ruolo di carne da cannone e di PMC NATO – cercano quanto meno di condurre le operazioni secondo una logica militare. Ragion per cui, ad esempio, il generale Zalužnyj cercava di convincere Zelensky ad autorizzare per tempo la ritirata da Soledar (e Bakhmut). Dal canto suo, la cricca al potere a Kyev è doppiamente prigioniera, sia del proprio ruolo ufficiale, di eroici condottieri del paese, sia di quello occulto, di marionette della NATO. E gioca sino in fondo la propria parte in commedia, che è quella di fare da sponda alle decisioni prese a Washington. L’Alleanza Atlantica, infine, si atteggia a generoso ma prudente supporter della fiera resistenza ucraina.

La sceneggiata imbastita dai tre guitti cerca di rappresentare uno spettacolino assai poco credibile, la cui trama – che si ripete come un loop – ruota sostanzialmente intorno a tre momenti: l’aggravarsi della situazione, con conseguente appello ad aiuti urgenti; la macerazione della leadership atlantista, che vuole aiutare gli amici ma ha a cuore evitare un’escalation; e, infine, la generosa fornitura delle armi richieste.

Il punto è che si tratta semplicemente di una presa per i fondelli. Da ogni punto di vista. Tutto il gioco della riluttanza NATO a fare l’ultimo passo in più, approfittando anche dell’abissale ignoranza dei politici europei, dei commentatori e degli operatori dell’informazione – e ovviamente dei cittadini – serve esattamente a far credere che si stiano inviando chissà quali potenti strumenti bellici. Ma la realtà è tutt’altra. Innanzitutto, c’è una questione qualitativa. Quando si annuncia l’invio di sistemi per la difesa anti-aerea ed anti-missile, come i Patriot o come l’italo-francese FSAF SAMP/T, se ne decanta la sofisticazione (che in mano ucraina è, invece, un fattore di debolezza) ed il costo vertiginoso (800 milioni solo il sistema di identificazione bersaglio e di lancio del SAMP7T, più i missili), sottintendendo che si sta facendo uno sforzo ai massimi livelli. Ma si omette di dire che fornire 4 o 5 batterie di Patriot, o anche un paio di SAMP/T, rispetto ad un paese sterminato come l’Ucraina, equivale a buttare un ago nel pagliaio.

Grande enfasi si sta ponendo poi intorno alla fornitura di carri armati. Innanzi tutto va detto che ne sono stati già forniti moltissimi, anche se si trattava di modelli ex-sovietici (T-54/55, T-62, T-80), più o meno rimodernati. Carri questi, va aggiunto, non solo più adeguati all’esercito ucraino, che ha dimestichezza con quel tipo di corazzati, ma anche assai più potenti di gran parte di quelli che si vorrebbero fornire adesso. La sola differenza è che questi ultimi sono di concezione e fabbricazione occidentale.

Anche qui, il non detto è che pertanto sarebbero migliori. Peccato che non sia affatto così. Nel concreto, i carri di cui attualmente è in atto la fornitura a Kyev sono gli M2 Bradley (USA), gli AMX-10 RC (Francia), i Leopard 2 (Germania) ed i Challenger 2 (UK). Bradley e Leopard sono carri che hanno un’anzianità di servizio di una quarantina d’anni o più. Il Bradley è un carro leggero per il supporto alla fanteria. Il Leopard ha già dato pessima prova di sé in Siria, dove l’esercito turco l’ha utilizzato contro l’ISIS ed i curdi (quindi forze nemmeno paragonabili all’esercito russo); i generali turchi hanno definito l’esperienza “traumatica”. Persino l’M-1 Abrams, il carro pesante più potente degli USA, usato dall’Arabia Saudita in Yemen, si è rivelato pericolosamente insicuro, figuriamoci il Bradley. Anche considerando che la Russia ormai schiera i T-90 Vladimir ed i T-14 Armata, carri di ultimissima generazione. Il britannico Challenger 2 è considerevolmente più pesante di quelli attualmente schierati in Ucraina e richiederà molto più carburante e manutenzione e nuovi tipi di munizioni da 120 mm di cui il paese non dispone. L’AMX è in effetti un autoblindo su ruote, quindi la sua mobilità off-road è limitata.

Come se tutto ciò non bastasse, si porrà lo stesso problema riscontrato relativamente alle forniture di artiglieria (e relativo munizionamento): l’eterogeneità dei mezzi. Ciò farà aumentare le criticità logistiche legate a veicoli tanto diversi, dovendo provvedere a fornire a ogni modello le proprie specifiche munizioni e gli specifici pezzi di ricambio. Oltretutto, è altamente probabile che questi nuovi carri non siano inviati sulla linea di fuoco, sia perché gli ucraini avranno bisogno di mesi per imparare ad utilizzarli in combattimento, sia perché una delle ragioni della riluttanza occidentale a fornirli sta proprio nella paura che si dimostrino inferiori ai carri russi, a discapito delle vendite a paesi terzi – che, al contrario, potrebbero preferire quelli di Mosca… (1)

C’è infine un ultima considerazione da fare, riguardo alla quantità.

Sia per quanto riguarda i Leopard che i Challenger e le autoblindo AMX, si parla per ora di una fornitura di una dozzina di unità per ciascun tipo, mentre per i Bradley lo stanziamento USA ne prevede 50. Per capire l’effettiva incisività di questi mezzi, possiamo fare riferimento ad alcuni dati forniti dal Ministero della Difesa russo; anche facendo la tara alle cifre (che peraltro sono in genere abbastanza credibili), appare chiaro che siamo lontanissimi non solo dal sopperire alle perdite, ma anche dall’avere un qualche peso rispetto alla massa di mezzi presenti sul campo.

Secondo i dati russi, infatti, dall’inizio del conflitto sono stati distrutti oltre 7500 carri e veicoli armati ucraini (per la cronaca, gli stessi dati riferiscono tra l’altro di oltre 8000 veicoli non armati, più di 3000 pezzi d’artiglieria e mortai, e quasi 1000 MLRS…).In buona sostanza, questa nuova ondata di aiuti militari è praticamente soltanto una piccola sniffata di cocaina, utile ad evitare che la parte ucraina molli la fune, ma del tutto irrilevante nel tug of war.

Chi è Enrico Tomaselli

Sono un designer, e curatore d’arte contemporanea, ma da molti anni mi sono dedicato agli studi sulla guerra ed i conflitti, per poi – in tempi recentissimi – sistematizzare una serie di riflessioni sulla guerra russo-ucraina, e su cosa potrebbe seguire, condensate in un breve saggio, “La Guerra Civile Globale”. Il mio blog

THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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