Martelli: “La fine dell’Urss non ci dispiacque ma ci fece paura”

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A trent’anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, per alcuni versi caratterizzata da fatti drammatici, l’AGI ha intervistato l’ex Psi Claudio Martelli, all’epoca vicepresidente del Consiglio, oltre che braccio destro e uomo di Bettino Craxi nel settimo governo Andreotti

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991 fu un evento storico di grande rilevanza che causò un terremoto geopolitico di cui ancora oggi si sentono molti effetti. A trent’anni esatti da quei fatti, per alcuni versi drammatici, l’AGI ha intervistato l’ex Psi Claudio Martelli, all’epoca vicepresidente del Consiglio, oltre che braccio destro e uomo di Bettino Craxi nel settimo governo Andreotti.

Onorevole Martelli, qual è il suo ricordo di quei giorni?

Mah, la fine dell’Urss non suscitò particolare dolore, al contrario: l’impero sovietico era stato la principale minaccia per l’Occidente, per l’Europa e, in qualche misura, per l’Italia degli ultimi 50 anni. Il venir meno di un antagonista di quella dimensione, di quella forza e anche di quel carattere autoritario, se non totalitario, non provocò, quindi, grandi dispiaceri.

Ma ci furono reazioni diverse tra la Dc, il Psi e il Pci?

Non ho memoria precisa delle reazioni dei singoli partiti. Ma in generale ci si chiedeva: adesso cosa succederà? Non si sta disgregando troppo? Quando si fermerà questa rovina dell’Unione Sovietica? Ricordo che via via che le ex repubbliche sovietiche dichiaravano la loro indipendenza, Solzenicyn diceva: ‘Si sta esagerando, stiamo concedendo territori che erano nostri non dall’epoca dell’Urss, ma dal tempo degli zar, e questo è inaccettabile’.

Solzenicyn era un nazionalista russo e soffriva a vedere questa disgregazione della grande Russia degli zar. Era contento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma non certamente della fine della vastità territoriale della Russia storica. Questa dissoluzione fu innescata sul fronte occidentale dal crollo del Muro di Berlino, e quindi dal processo di indipendenza di tutti i paesi satelliti, dalla Germania Est alla Bulgaria, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia, alla Polonia e alla Romania, che si erano ripresi la loro indipendenza.

Erano nazioni europee che erano state sottomesse al Cremlino e che non erano pienamente nell’Unione Sovietica, come lo erano il Kazakistan, la Georgia, l’Ucraina, la Bielorussia. C’erano, infatti, gradi diversi di integrazione con l’impero sovietico.

Ebbene, quando il processo di indipendenza interessò questi Paesi, sia dalla parte occidentale sia da quella meridionale e orientale, furono disarticolati tutti i confini storici non solo dell’Unione Sovietica, ma della Russia stessa, e questo fu guardato con notevole timore. E nel tempo tutto questo ha causato, come vediamo in questi giorni, un tentativo di riconquista, che prima, all’epoca di Eltsin, era stato sotterraneo. Questo tentativo di recuperare quei territori è stata poi la ragione della popolarità e del successo di Putin in quella fase così tumultuosa e drammatica, che da una parte fu di liberazione, dall’altra parte di anarchia.

Cosa pensa di Putin che parla di minaccia alle frontiere occidentali della Russia, riferendosi in particolare alla presenza della Nato?

Naturalmente Putin e chi si propone di conquistare, fin dove è possibile, i vasti territori perduti nella fase tumultuosa degli anni Novanta con la desovietizzazione, vede questo progetto con angoscia, con timore. Viceversa, dal punto di vista degli ucraini o dei polacchi la Nato fa benissimo a far sentire la sua presenza lì, anzi sono loro stessi che la chiedono. La Polonia fa già parte della Nato, l’Ucraina vorrebbe aderire ma questo è il limite che ha posto Putin: non spostare ulteriormente le frontiere della Nato verso Oriente.

C’è necessità?

Non lo so… certo, se ci fosse la possibilità di sedersi a un tavolo e decidere cosa fare si potrebbero risolvere le cose, ma si può fare una cosa del genere sulla testa di nazioni che si dichiarano indipendenti? Dobbiamo fare un’altra Yalta o quello che si è fatto in Medio Oriente con le superpotenze che decidono i confini di nazioni indipendenti disegnandoli con una matita blu? È difficile dire di no a una nazione che afferma di voler stare con l’Europa, la Nato, gli Usa, perchè dice di non fidarsi dei russi, dopo che li hanno occupati. ‘Ci sentiamo più vicini all’Europa’, dicono questi Paesi.

Ad ogni modo, un certo successo Putin lo ha già avuto: lo ha avuto in passato con la Crimea e, successivamente, nella vicenda ucraina con il Donbass; poi lo ha avuto con la crisi georgiana, in cui si è ripreso un pezzo di Ossezia. Putin si è anche proiettato in Siria, ha inviato mercenari in Libia, quindi c’è un progetto neo imperiale da parte sua. Anche se non so se la Russia ha la forza di sostenerlo nel tempo perchè la sua situazione economica è disastrosa. è un grande paese povero, decine di volte più grande dell’Italia, ma con un Pil più piccolo dell’Italia

Ma con la Russia la strada giusta è quella delle sanzioni o serve una maggiore realpolitik, cioè revocare le sanzioni e cercare un’altra soluzione con Putin?

Quando uno spara e tu gli dici: ‘Se spari io interrompo il commercio con te e vieto ai tuoi capitalisti di venire nel mio Paese’, mi sembra una reazione tutto sommato blanda. è vero che la Russia è in grandi difficoltà economiche e, quindi, che le sanzioni creano danni, ma loro comunque non ragionano come noi. Ragionano secondo una tecnica scacchistica, di cui sono grandi cultori. Studiano la strategia, a differenza di tanti diplomatici e politici occidentali che non ne capiscono nulla”.

Nel suo libro ‘Ricordati di vivere’ parla della visita che fece a Berlino Est e a Berlino Ovest, a Varsavia e a Budapest nell’ottobre 1989 con il suo consigliere diplomatico, l’ambasciatore Francesco Caruso

“Sì, nella capitale ungherese ebbi degli incontri clandestini con la storica dissidenza socialdemocratica, filo occidentale, gli ultimi superstiti del partito socialista democratico ungherese. La giovane leader era una insegnante, accompagnata da altri giovani. Fece un appello accorato dicendomi che lì stava succedendo una cosa impensabile, cioè che i comunisti che li avevano perseguitati per 50 anni si dichiaravano improvvisamente socialisti, che volevano aderire all’Internazionale socialista. Mi dissero che era andato a trovarli anche Piero Fassino, per conto del Pci, per dare consigli. La stessa cosa fu più o meno a Varsavia, dove però erano più consapevoli e sperimentati.

I socialisti democratici polacchi erano gli eredi della rivolta del ghetto di Varsavia, guidata soprattutto da socialisti ebrei. Dunque erano più abituati alla lotta e avevano maggiore esperienza, ma anche loro erano preoccupati perchè il fenomeno era analogo. Poi sono stato a Berlino Est, dove ebbi un incontro clandestino in uno scantinato. A Berlino Ovest invece, una sera, in un hotel partecipai a un ricevimento e al tavolo ero seduto vicino al generale americano che sorvegliava il Checkpoint Charlie, che separava Berlino Ovest da Berlino Est.

Parlando con lui, a un certo punto mi disse: ‘Guardi, io ho combattuto i comunisti tutta la vita, non avrei mai esitato anche a mandare i miei uomini a morire per contrastare la minaccia comunista, però se adesso dessero il primio Nobel per la pace a Gorbaciov io prenderi volentieri l’aereo a mie spese e andrei alla cerimonia a Oslo per applaudire. Sa perchè? Perchè quest’uomo ci ha liberati non soltanto dalla paura di un conflitto nucleare ma anche dalla necessità di tenerci comme alleati gente che non ci piace’.

Nel libro ricorda inoltre che quando tornò a Roma da questo viaggio, vide Craxi alla Camera, che disse: ‘Gorbaciov è un pazzo! Solo un pazzo poteva distruggere in pochi mesi un impero che è stato costruito in 70 anni di lotte e di immani sacrifici’

“È vero, è andata esattamente così. E più o meno lo stesso riflesso ebbero lo stesso Craxi, De Michelis (all’epoca ministro degli Esteri; ndr), ma anche Andreotti, di fronte alla disgregazione della ex Jugoslavia, che era un fenomeno molto più piccolo, meno geopolitico, ma per noi era un Paese confinante, quindi guardavamo a quanto accadeva lì con grande preoccupazione. Comunque le cose erano ormai andate, la partita era andata, come era andata anche quella russa.

Mi preme sottolineare che quello di Craxi era il giudizio di un professionista, di uno statista, non era un giudizio partigiano o fazioso: valutava freddamente dal punto di vista di uno statista il comportamento di Gorbaciov, che indubbiamente è stato un pò un apprendista stregone, perchè ha messo in moto un processo di riforma di un sistema che era irriformabile, un sistema altamente centralizzato, burocratico, inefficiente, ma che aveva una sua coesione.

Insomma, introdurre la Perestrojka, cioè la ristrutturazione economica e politica, e la Glasnost, ovvero la trasparenza dei processi decisionali in un Paese totalitario, ha innescato un processo di disgregazione. Però va anche detto che la politica non si può vedere soltanto dalla parte degli statisti, ma anche dalla parte dei cittadini.

Quindi anche Andreotti era preoccupato per questo processo?

Sì, certo. Ma ricordo anche la preoccupazione della Spd tedesca, grandissima, e anche quella del presidente francese, Francois Mitterrand, il quale non era felice. Si prevedeva, tra l’altro, che la fine del duello Est/Ovest avrebbe consegnato il mondo nelle mani degli Usa senza più alcun bilanciamento, che sarebbe rimasta un’unica superpotenza”. 

Come è cambiata la politica estera italiana rispetto a quella degli anni Ottanta?

Adesso molte cose sono nelle mani della Farnesina, cioè di professionisti, diplomatici essenzialmente, conoscitori della politica internazionale. Ma non sempre la diplomazia ha una visione esatta. Inoltre, cerca sempre la soluzione diplomatica, anche con delle concessioni

Quindi?

Adesso c’è finalmente attenzione per il confine meridionale dell’Europa. C’è chi fa speculazioni elettorali sulla materia, come Salvini, interpretando un’ansia comprensibile degli italiani che negli anni passati si sono visti arrivare tanti ospiti indesiderati. Ma se si considera dal punto di vista geopolitico, la minaccia è ben altra: in Libia si sono installati tanto Erdogan quanto Putin, con truppe che non si capisce quanto siano regolari e quanto mercenarie; truppe che ormai ostacolano un processo politico di pacificazione e di unità della Libia e sono diventati i nostri dirimpettai.

Una volta avevamo Gheddafi, adesso invece, guardando da Pantelleria o da Agrigento, vediamo le facce di Erdogan e Putin: non è una cosa da poco. Diceva giustamente Craxi: l’Italia non può essere una grande potenza, ma può essere una potenza regionale, soprattutto nel Mediterraneo. In questo mare noi siamo una potenza rilevante e dobbiamo far valere il nostro punto di vista politico, pacifico, e anche i nostri interessi economici, energetici.

Fonte

THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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