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I dazi imposti dagli Stati Uniti sui prodotti agroalimentari europei colpiscono l’Italia in maniera meno dura rispetto a Francia, Spagna e Germania ma i beni interessati dalle restrizioni – come il parmigiano e la mortadella – sono quelli che soffrono maggiormente la concorrenza delle imitazioni locali, il cosiddetto “italian sounding”. Lo sottolinea all’Agi il coordinatore di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia, il quale afferma che la mano più leggera di Washington nei confronti di Roma deriva dalla nostra estraneità al consorzio aerospaziale Airbus, dopo che la Wto ha riconosciuto l’irregolarità dei sussidi versati dalle nazioni europee coinvolte alla grande concorrente dell’americana Boeing.

“Fermo restando che l’Italia non doveva essere colpita perché non fa parte del consorzio Airbus e perché ha già dato con la Russia”, osserva Scordamaglia, “rispetto alle conseguenze che avevamo paventato, cioè l’applicazione di dazi del 100% sulla maggior parte dei nostri prodotti più esportati – dal vino all’olio d’oliva, dai formaggi ai salumi – andando a vedere i codici doganali esatti delle voci, vediamo che, rispetto ad altri Paesi, è stata considerata la nostra estraneità al consorzio Airbus, cioè la percentuale complessiva di prodotti da esportazione coinvolti è pari sì e no al 9% dei 4,2 miliardi di euro di agroalimentare che ogni anno esportiamo in Usa. Per quanto riguarda l’olio d’oliva, che si esporta per 500 milioni, è stato colpito quello spagnolo e non quello italiano; è stato colpito il vino francese e non quello italiano, che vale un miliardo e mezzo di export”.

Se su questi settori, prosegue Scordamaglia, “potremmo avere un vantaggio competitivo sul mercato americano, hanno colpito invece due settori che per noi sono davvero delle icone rappresentative: il formaggio a pasta dura – parmigiano, grana padano, provolone – che vale nelle esportazioni circa 228 milioni e la mortadella e i salumi (il prosciutto è stato risparmiato), che erano i prodotti che stavano crescendo di più”. Non solo. “Hanno colpito proprio le due tipologie di prodotti che vengono più imitate localmente, con il parmesan e così via”.

“Gli Stati Uniti “, spiega il coordinatore di Filiera Italia, “sono il Paese che ha il record assoluto per il fake italian, l’italian sounding, e guarda caso hanno attaccato i due prodotti più imitati sul mercato Usa e che quindi avevano più interesse a tener fuori dai confini. Quindi c’è una parte del bicchiere mezza vuota e una mezza piena. Comunque, ribadisco, rispetto alla possibilità di applicare un 100% di dazi, hanno applicato un 25%; rispetto all’iniziale volontà di colpire il 50% della nostra esportazione, che vale due miliardi, ne hanno colpito il 9% che vale circa 400 milioni”.

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È possibile provare a quantificare il danno che queste due filiere subiranno?

“Stabilire quanto rischiano è piuttosto complesso. I formaggi a pasta dura valgono 228 milioni di esportazione nel 2018 e su questi 228 milioni ci sarà immediatamente un aumento dei dazi del 25%. Difficile dire di quanto caleranno i consumi: se calcoliamo semplicemente il 25%, si tratta di poco più di 50 milioni ma bisognerà vedere quanta gente, pur di non pagare il 25% in più, si rivolgerà alla produzione ‘italian sounding’ locale di parmesan e questo è un po’ difficile da stabilire; però con un 25% di dazio ce la giochiamo comunque. I liquori valgono 162 milioni. La mortadella e i salami valgono 50 milioni. Erano in grande crescita e questo ci scoccia molto ma si tratta comunque di un valore complessivo relativamente contenuto.

Non si può dire che non potremo più competere. Si rende difficile l’ingresso di questi prodotti, però il posizionamento sul livello alto del prodotto assorbirà una parte del dazio. Il lato negativo è che siano stati colpiti i prodotti più imitati, quello positivo è che sono stati salvaguardati quantitativamente alcuni settori che per noi sono molti importanti, come il vino o l’olio d’oliva dove magari avremo un vantaggio competitivo rispetto ai nostri cugini d’oltralpe”.

Si può fare una stima delle quote di mercato che potremmo strappare a Francia o Spagna?

“Questo è un po’ difficile da stimare. Molto spesso dall’Italia sono stati esportati oli dove c’era anche la componente spagnola e questo non potrà più essere fatto, così come è piuttosto complesso stabilire quanto vino in meno venderanno i francesi, per quanto siano stati colpiti quelli fino a 14 gradi, quasi la totalità, avvantaggiando i vini italiani che non sono stati invece colpiti. È altresì un buon segnale che sia stato colpito l’olio spagnolo, con il quale ce l’hanno particolarmente. Sono infine molto colpiti i dolci tedeschi e britannici, come i wafer, mentre i nostri non sono stati toccati”.

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A proposito di italian sounding, siete stati piuttosto critici riguardo il Ceta, l’accordo di ilbero scambio con il Canada, che è in vigore in maniera provvisoria e dovrà essere ratificato…

“Bisogna guardare i dati, non l’aspetto ideologico, e i dati dicono che l’esportazione agroalimentare dei primi 5 mesi dell’anno verso il Canada è cresciuta di circa l’1,6%, contro l’8,7% della media delle esportazioni verso il resto del mondo. Se il Ceta ci avesse favorito, il dato sarebbe stato almeno in linea con quello mondiale. Tutta una serie di problemi burocratici sta ostacolando le esportazioni. Detto questo, il problema della tutela delle denominazioni è chiaro. Certo, con la situazione precedente non potevamo nemmeno esportare il prosciutto di Parma chiamandolo prosciutto di Parma perchè c’era già il Parma Ham di Maple Leaf registrato, però sia per il prosciutto che per una serie di prodotti – dalla fontina al gorgonzola – non abbiamo avuto la cancellazione del nome da parte degli utilizzatori locali.

Abbiamo avuto la garanzia che le aziende locali non possono usare bandiere italiane, fotografie italiane eccetera ma si tratta di una battaglia così importante che occorreva negoziare un po’ di più, perché, consolidato il principio che tu consenti l’utilizzo del nome, seppur non associato a immagini e bandiere italiane, hai già ceduto definitivamente a livello globale il negoziato. Il Ceta va giudicato sui dati e i dati dicono che l’export verso il Canada è cresciuto cinque volte meno rispetto al resto del mondo, quindi qualcosa che non funziona c’è, magari aggiustabile”.

Può aver pesato, in questo senso, anche una scarsa capacità del consumatore nel distinguere l’originale dal falso?

“No, non possiamo fare questo tipo di assimilazione perché le esportazioni verso gli Usa sono cresciute a due cifre, dell’11%-12%, mentre quelle verso il Canada no. A fronte di un aumento delle esportazioni di alcuni prodotti nel 2018, come il parmigiano reggiano, la crescita della produzione di parmesan locale è stata pari a tre volte, quindi un problema legato alla mancata tutela della denominazione c’è”.

Trump nei negoziati parte spesso da posizioni dure per poi moderarle. Potrà accadere anche con i dazi sull’agroalimentare?

Considerando che adesso la Wto si dovrà pronunciare di nuovo sul contenzioso avviato dall’Unione Europea, credo che i dazi entreranno in vigore: il 18 ottobre arriva troppo presto perché li si possa sospendere. Non credo però che saranno definitivi, serviranno per sedersi al tavolo e negoziare, parliamo di roba pregressa. Una guerra commerciale non conviene a nessuno, soprattutto al settore agroalimentare italiano perché abbiamo un saldo attivo di 3 miliardi verso gi Usa e non possiamo minacciare ritorsioni su 700 milioni di commodities che importiamo. Non siamo quindi nelle condizioni di alzare troppo la voce”.

di  

Di the milaner

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