500 anni dalla morte

Ci si prepara a celebrare Leonardo da Vinci che potrebbe anche essere chiamato Leonardo da Milano, poiché per la corte sforzesca lavorò ben più che per quella medicea, oppure Leonardo il bellicoso in quanto seguì nella sua avventura mitomane il giovane duca Valentino Borgia, oppure ancora Léonard come lo chiamava il re di Francia François 1er, presso il quale passò gli ultimi due anni di vita, assistito dal giovane Melzi che fu suo erede. Cedette al re il dipinto che s’era portato addietro e al Melzi le carte che finirono in gran parte a Milano nella collezione dello scultore cinquecentesco Pompeo Leoni, da dove andarono a costituire in parte il Codice Atlantico conservato all’Ambrosiana e in gran parte le collezioni della monarchia britannica.
Ogni tanto ad un buontempone disinformato viene l’idea balzana si chiedere alla Francia la “restituzione” della Monna Lisa. È capitato di recente ad alcuni politici sovranisti nostrani ai quale il ministero aveva dimenticato di comunicare che la nota tavola era stata ceduta dall’anziano artista al re di Francia in cambio dell’uso satrapico d’una residenza ad Amboise. Leonardo ha sempre stimolato ogni genere di mitomania. Era mitomane l’idea di fondere il super cavallo per gli Sforza in ricordo del cavallo dell’antenato loro Muzio Attendolo. Non era poco mitomane Francesco I di Francia che si voleva pappare il ducato di Milano e fu fatto prigioniero dagli imperiali durante la battaglia di Pavia del 1525. Era mitomane Napoleone Bonaparte che rispolverò la Gioconda per appenderla nella stanza della moglie Joséphine a Fontainebleau. Ma fece bene l’Imperatore in quanto allora era fuori moda Leonardo; sicché dalla stanza fu prelevata La Joconde grazie a Vivant Denon, il curatore che Napoleone aveva messo a capo del Louvre per farne il museo dell’impero. Ma tutti questi mitomani hanno contribuito a far rinascere il mito d’un Leonardo a lungo dimenticato e che un poco lo meritava perché di carattere difficile, bastian contrario per nascita e censo.
Lo era per natura, da figlio spurio di ciò che oggi sarebbe il ragioniere dello Stato e quindi libero dal sentirsi semplice artigiano come i suoi colleghi. Stava andando di moda allora la riscoperta del platonismo, in base al quale nelle idee v’era già il germe dell’opera d’arte; lui rimaneva convinto aristotelico sostenendo che solo l’esperienza consentiva la conoscenza. Già aveva inteso che la linea di fuga nella prospettiva non poteva partire dal punto geometrico unico in quanto di occhi ne aveva ben due e che la vista vicina era diversa da quella lontana. Tutto mito? Sta di fatto che Milano fu la sua vera fortuna. Dai lombardi imparò ad abbandonare le tonalità precise dei fiorentini per scoprire brume e toni rugginosi; a Milano ebbe committenze parallele e talvolta opposte da francescani e da dominicani, sicché di Vergini delle Rocce ne fece due se non forse tre. Ma nelle terre ducali scoprì la sua vera vocazione di ingegnere idraulico, dove per questo termine s’intenda sia l’idraulica del corpo umano che quella di fiumi e chiuse. Divenne inventore di macchinari, talvolta utili, talvolta mitomani, talvolta genialmente anticipatori. E studiò se stesso, al punto da rendersi conto che con la mano destra poteva scrivere da sinistra verso destra mentre con quella sinistra poteva farlo da destra a sinistra. Altro che mistero! Furono gli sperimenti perenni e aristotelici a proiettarlo nello sperimentalismo della scienza moderna. Più filosofo che cristiano lo definì il Vasari, e forse aveva ragione da vendere.

FONTE

Di the milaner

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