BERLINGUERPOVERO BERLINGUER

C’è una curiosa convinzione nel centro sinistra ed in particolare nel PD, quella di essere diversi (retaggio berlingueriano) e antropologicamente superiori ai Cinque stelle, al centro destra ed in particolare alla Lega considerata alla stregua di una orda di buzzurri semianalfabeti e ignoranti.

Tuttavia dal 1995 il centro destra nelle elezioni regionali ha sempre battuto il centro sinistra, il Movimento 5 Stelle ha solo 2 punti meno del PD e i leghisti dal 18% del 1995 sono arrivati al 29,64 % del 2018, da 1.087.128 voti a 1.553.800, nonostante l’astensione sia aumentata di più di dieci punti.

Una convinzione di superiorità così radicata che il buon Gori forte del suo 29,09 % (1.633.039 voti) cioè il risultato più basso nella storia delle elezioni dirette dai tempi di Domenico Masi (circa 10 punti in meno di Ambrosoli, 4 punti in meno di Penati; 14 punti in meno di Sarfatti, 2 di Martinazzoli) si è sentito in dovere di dichiarare “Mi sento di aver fatto la miglior campagna elettorale, l’abbiamo fatta con grande energia, non farei niente di diverso, sono state dette le cose che era giusto dire” (il Giorno, 5 marzo) iscrivendosi di diritto tra i seguaci del BDSM (Il termine identifica una vasta gamma di pratiche relazionali e/o erotiche che permettono di condividere fantasie basate sul dolore, il disequilibrio di potere e/o l’umiliazione, fonte Wikipedia).

Successivamente, e con poca eleganza, ha stigmatizzando il comportamento dei consiglieri uscenti: “un gruppo che nell’ultimo mandato non si è segnalato per un’opposizione particolarmente brillante” (Corsera, 11 aprile) e per non correre lo stesso rischio si è dimesso. Critico anche con l’ex segretario nazionale, “col senno di poi è stato un errore il ritorno così rapido di Renzi alla guida del Pd”; per Gori le ragioni della sconfitta sembrano ridursi, oltre che a colpe di altri, all’abbinamento con le elezioni nazionali che ha vanificato la sua discesa in campo, in pratica siamo al “destino cinico e baro”.

Certo vi è nell’ex candidato qualche accenno di autocritica: “L’errore che abbiamo commesso è stato quello di puntare più sui diritti, dalle unioni civili allo ius soli (che per altro non abbiamo neanche realizzato) invece che sui bisogni, tanti cittadini sono preoccupati dalla loro condizione quotidiana” ma non mette in discussione il perno su cui è stata impostata la campagna elettorale quel “fare meglio” che evidentemente non è stato ritenuto credibile neppure da quegli elettori che in questi anni avevano portato il centro sinistra al governo di molti comuni capoluogo.

Manca la capacità di riconoscere che progressivamente, dal 1994 quando entrarono in giunta per la prima volta nella nostra regione, si è costituita una classe dirigente moderata che ha nella Lega il suo punto di forza; classe dirigente che non deriva, come fu inizialmente, dai partiti della prima repubblica o dal cattolicesimo moderato, ma che ha una propria identità che accomuna tutti i partiti del centro destra a prescindere dalla sigla partitica.

La rottamazione dei vecchi dirigenti che Renzi non è riuscita a fare nel PD, Salvini è riuscita a farla nella Lega, lasciando la Meloni alle prese con l’archeologico De Corato e la “traditrice Beccalossi” e relegando Forza Italia a ruota di scorta. “Mais ou sont les hommes politiques du temp jadis?” nel centrodestra Da Formigoni a Bossi, da Moratti a La Russa, i protagonisti dell’ultimo ventennio sono malinconicamente sul viale del tramonto e appena appena sopportati, in attesa di essere raggiunti anche da Berlusconi.

L’abbandono del federalismo secessionista, l’idea forza parzialmente eversiva della lega bossiana dividente il centro destra, ancorché molto proclamata e nient’affatto praticata, è stata sostituita da un autonomismo blando, ancorché dotato di un largo consenso come ha dimostrato il referendum, ed ha cementato un blocco legge, ordine e sovranismo che supera il 50% in regione come nelle provincie di Varese, Pavia, Como, Lecco, Sondrio, Brescia, Cremona, Lodi, Bergamo. Blocco politico che non necessita di forti personalità, lo conferma Il fatto che Fontana prenda percentualmente meno delle liste che lo sostengono ma che si riconosce in molti amministratori “di condominio”, in parlamentari e consiglieri di cui si fatica a ricordare il cognome, insomma in una generazione di “uomini qualunque”; esemplare in questo senso la nuova giunta.

Le polemiche interne al centrodestra, tra Lega e Forza Italia o quelle interne ai singoli partiti/liste, sono piccole dialettiche personalistiche che non fanno ombra alla sostanziale unità cultural/politica che si è realizzata e che in regione non solo è maggioritaria, ma ampiamente egemonica perché impone a parti consistenti del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle la propria visione dei problemi e delle relative soluzioni.

In Lombardia, diversamente che al sud, non vi è stato lo sfondamento del Movimento 5 Stelle proprio perché la Lega non solo ha incamerato il voto del rancore altrove andato a Di Maio, e infatti tutti i sondaggi confermano che i due elettorati sono in sintonia su quasi tutti i programmi di governo, ma ha recuperato anche il voto del mondo produttivo: il partito del lavoro è certamente molto più la Lega che Leu o il PD.

Un voto fortemente politico quello leghista ed infatti sono scomparse le liste civiche e/o del presidente, vale la pena ricordare che nel 2013 la lista Maroni prese 552.000 voti il 10,23% mentre la lista Fontana ha preso poco più dell’1%. Il centrodestra è vincente anche nella provincia di Milano e in città solo 6.000 voti distanziano Gori da Fontana mentre la lista Leghista tra le comunali del 2016 e le regionali ha quasi raddoppiato i voti passando da 59.360 voti a 108.097.

La strategia di Sala “ripartiamo da Milano”, resta ancorata ad un criterio di diversità e superiorità della città rispetto alla “campagna”, una sorta di maoismo alla rovescia che si compiace della vittoria alle amministrative, dei i risultati del referendum del 2016, e delle performance di Tabacci, Mor e Quartapelle, identificando la sindacatura -e la sua persona- come il minimo comun denominatore. É l’eterno mantra del salveminiano “Quel che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia”, più che una analisi politica una convinzione da bauscia.

Alla sostanziale unità di fondo del centrodestra e del moderatismo corrisponde una sostanziale divisione del centrosinistra dove le polemiche interne vertono su questioni strategiche difficilmente conciliabili e dove non solo i soi disant gruppi dirigenti ma anche l’elettorato è profondamente diviso. Il declino del berlusconismo ha fatalmente portato con sé il declino dell’antiberlusconismo tant’è che oggi la sinistra radicale di Rosati e Civati, pur sommata agli ancor più radicali sostenitori di Massimo Gatti, ottiene 146.000 voti in regione all’incirca i voti che la Lega ha preso nella sola provincia di Varese.

Trent’anni fa D’Alema ebbe a dire che la Lega era una costola della sinistra. Oggi si potrebbe dire il contrario, altro che Salvemini.

 

Walter Marossi

FONTE

Di the milaner

foglio informativo indipendente del giornale

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