Giovani Social, sono infelici e incapaci di relazionarsi

Qualche giorno fa ho deciso di fare un esperimento, approfittando della vacanza in montagna mi sono sconnessa da tutto, da internet, dalla messaggistica e dal cellulare.

Questa iniziativa che voleva essere solo un gioco in realtà mi ha riportato alla mia vecchia realtà, il mondo degli incontri per bere un caffè, delle amiche da andare a trovare e delle cose semplici e bellissime, come fare quattro chiacchiere con i vicini.

Ho comperato di libri, vecchi capolavori che avevo il desiderio di rileggere, ho cercato di migliorare il mio inglese e mettendomi a tradurre un libro in lingua inglese, mi sono ripromessa di tradurne un capitolo al giorno per i miei prossimi 15 giorni.  Ho riscoperto la concentrazione, la consultazione del vocabolario e il rispolverare alcune regole di grammatica che avevo davvero messo nel dimenticatoio, o meglio nel traduttore di Google.

Non mi considero vecchia anche se  ho superato i  settant’anni e fino ad ora sono rimasta perfettamente al passo con le novità elettroniche del mondo odierno, anzi dovrei dire che nella mia famiglia sono stata una delle prime italiane ad accedere alla rete, mi collegavo ad internet quando ancora non esistevano i browser come Explorer e lo facevo dal server di Agorà, avevo imparato perfettamente la stringa per entrare in rete  perchè amavo e amo comunicare e scrivere. Nonostante questo ho apprezzato molto la mia ‘assenza tecnologica’, e ho il valore che meritano  la natura che mi circonda, le montagne, i miei amici,  i miei cani e tutto quello che si può scoprire in un bosco con una semplice passeggiata.

Terminato l’esperimento con l’esito che vi ho raccontato, mi sono imbattuta in un articolo on line sui giovani nati  alla fine dello scorso secolo e negli anni 2000, e sono rimasta sconcertata nel constatare i cambiamenti psicologici causati in loro dallo smartphone.

L’articolo è pubblicato sul numero di settembre dell’Atlantic. L’autrice, Jean Twenge, è una psicologa che ha affrontato il crescente narcisismo delle nuove generazioni: nel 2007 ha scritto Generation me. Perché i giovani di oggi sono più sicuri di sé, hanno più diritti e sono più infelici che mai, e l’articolo è un estratto del suo nuovo libro, iGen, un lavoro sui postmillenial, che in percentuali altissime vivono molto più attaccati al telefono che alla realtà.

D’un tratto, circa cinque anni fa, quando più della metà degli statunitensi aveva già uno smartphone, Twenge, che è anche un’insegnante, aveva notato dei cambiamenti improvvisi nei comportamenti, nelle interazioni sociali e negli atteggiamenti dei giovani, basandosi su statistiche pubblicate negli ultimi decenni. Si tratta di bambini e adolescenti cresciuti con uno smartphone in mano, e che non hanno ricordi di un mondo senza internet. I cambiamenti sono evidenti in tutte le classi sociali e in tutti i gruppi di popolazione degli Stati Uniti. Per loro, quasi tutta la vita è filtrata attraverso lo smartphone e i social network.

Non tutto è negativo: questi bambini tranquilli nella loro camera, con lo schermo blu riflesso negli occhi, hanno meno incidenti, sono poco interessati all’alcol, non sono ossessionati dal saper guidare, si uccidono meno tra di loro, ma hanno molti più problemi mentali, soffrono di più attacchi di depressione e si suicidano di più. Non sembrano molto felici.

Per quanto riguarda i rapporti personali, piuttosto che “uscire con qualcuno” chattano, e oggi s’incontrano sempre meno in uno spazio reale. Anche il sesso “reale” è meno frequente rispetto alle generazioni precedenti. In qualche modo sembrano non lasciare l’infanzia: gli e le iGen sono puerili in tutti i loro pensieri, perché l’adolescenza comincia più tardi. Dormono anche meno del necessario e si alzano e vanno a letto con l’ossessione di sapere cos’è successo nel frattempo sui social network.

Lo studio rileva una decisa correlazione tra le ore passate davanti allo schermo (soprattutto sui social network) e la depressione. E sono le ragazze a sentirsi più spesso escluse e isolate dai loro coetanei. L’unico consiglio di Twenge ai genitori degli iGen è quello di costringere i figli a spegnere o a mettere da parte il telefono molto più a lungo e a impegnarsi in qualsiasi altra attività.

Genitori pensateci.

Fonte

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione e d'opinione dell'associazione Milano Metropoli.org

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