Pemba

L’aeroporto di Maputo, voli nazionali, era denso di popolazione. Lunghe file di fronte ai due o tre desk dove effettuare il chek-in arrivavano fuori dall’edificio. L’odore acido del sudore dei passeggeri  misto a quello di urina che proveniva dai bagni situati  a pochi metri di distanza mi faceva fare delle lunghe apnee. Mi stavo imbarcando per un viaggio di esplorazione nel nord del Mozambico. La mia destinazione era la cittadina di Pemba situata a circa 2400 km da Maputo. In effetti lo scopo della mia visita era verificare la fattibilità di un progetto che la mia società era stata incaricata di eseguire. Si trattava dell’acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua potabile alla città. Mi accompagnava nel viaggio  Miguel Angel, un ingegnere cileno impiegato nel ministero delle risorse idrauliche. Molti cileni dissidenti erano fuggiti dal loro paese in seguito alla dittatura di Pinochet ed avevano trovato rifugio e lavoro nel Mozambico marxista di Samora Machel che li accoglieva a braccia aperte non avendo tecnici formati da inserire nell’organico dei ministeri. Inoltre non li pagava in valuta  pregiata ma in  meticais.

Nella mia lunga carriera di africano per scelta, ho dovuto molto spesso fare delle tratte in areo su compagnie locali e credo che il battesimo dell’aria in Mozambico sia servito a farmi considerare delle bazzecole tutti i viaggi che sono venuti dopo.  Un finto decollo o meglio un decollo a metà penso che possa far diventare lisci   i capelli rasta  anche di Bob Marley:  l’areomobile, un vecchio DC9 che aveva conosciuto tempi e piloti migliori, rullava sulla pista imballando le sue turbine poste in coda esattamente a qualche metro da me seduto appunto nelle ultime file (si dice che quei posti in caso di incidente siano i più sicuri). La vibrazione si propagava sotto il mio sedile rendendo difficile anche lo stare seduto con la cintura allacciata e mantenere  un atteggiamento disinvolto, del tipo: io abitué di questi voli me ne faccio un baffo di queste situazioni. Avrei potuto fare la pubblicità al Cynar, forse…in un altra vita! Non in questa. Anche perché l’areo lanciato a tutta manetta sulla pista stava inesorabilmente avvicinandosi pericolosamente alla fine del nastro d’asfalto e con una frenata al limite delle possibilità aveva appena lasciato alcuni kg di caucciù sulla pista. Il decollo era rimandato a data da destinarsi, almeno su quell’aereo.

Pemba


L’imbarco successivo fu più fortunato e tra un vuoto d’aria e l’altro, facendo dei balzi da canguro l’aereo atterrò sulla pista dell’ aeroporto di Pemba alle 10,45. Il calore che avevo sentito a Maputo nulla era a confronto. Pemba è situata all’imboccatura di una baia molto chiusa e in effetti un porto ideale in caso di maltempo. Ma questa sua collocazione, vuoi per ragioni di venti, montagne o altro  rendeva l’aria particolarmente calda ed afosa direi appiccicaticcia. Mentre stavo raccogliendo la valigia notai delle facce italiche di alcuni ragazzi e mi avvicinai. Erano due cooperanti che stavano facendo il servizio civile come geologi  e lavoravano per il ministero delle risorse minerarie. Dissi loro cosa ero venuto a fare a Pemba e dato che come unica alternativa avevo solo quella di andare a dormire in un bungalow sulla spiaggia, fui felice di accettare l’ invito ad andare a casa loro. Erano già a Pemba da diversi mesi, erano ben introdotti e soprattutto avevano a disposizione una casa normale con acqua e servizi. Il mio  amico ingegnere cileno fu felice di  accodarsi e così salimmo sulla loro auto e ci dirigemmo verso il quartiere dove abitavano.

Dovevo effettuare delle ricognizioni sia nel luogo dove era previsto che ci fossero i pozzi da cui estrarre l’acqua sia  lungo il percorso di diversi km fino alla città dove in seguito sarebbe stata distribuita alle abitazioni. Il mattino seguente la Lada Niva di Eusebio, l’ingegnere mozambicano preposto a seguire i lavori dell’acquedotto, era arrivata sotto casa di Gigi, il cooperante che ci aveva ospitato e Miguel Angel ed io ci accomodammo sul sedile posteriore.  Davanti insieme a Eusebio c’era un giovane topografo che doveva preparare i rilievi dei luoghi.  La giornata si prospettava lunga e caldissima.

Nei giorni successivi proseguimmo l’ispezione del percorso. Fu il quarto giorno che accadde un episodio che avrebbe interrotto la mia missione.

Erano le 5 del pomeriggio e quando tornai a casa trovai Gigi molto agitato e preoccupato. Andrea , l’altro collega, era stato prelevato dalla sua casa dalla polizia e incarcerato. I fatti: Entrambi i ragazziavevano un boy, cioè un ragazzo che provvedeva a tener loro la casa in ordine, a cucinare, lavare la biancheria etc. e anche a …rubare… chiaramente. Finché si trattava di cibo, bevande, magliette o altro, loro abbozzavano. Anche perché questi ragazzi , 16/18 anni erano poverissimi. Quello che lavorava per Andrea però sembrava avesse sottratto tutti i soldi in valuta che lui aveva in casa e anche il passaporto. A questo punto Andrea lo aveva preso di petto e gli aveva chiesto di restituire il maltolto. Da qui era nata una piccola colluttazione ed il mozambicano era scappato.   Andrea esasperato  allora aveva preso il camion 4×4 che usavano quotidianamente per recarsi sul terreno a fare i carotaggi e le altre operazioni  e si era recato dove il boy risiedeva, cioè una pagliota di grosse dimensioni nel bairro di Paquitequete . Alla sua ennesima richiesta di restituire i soldi ed il passaporto, il giovane aveva negato ancora qualsiasi addebito. A quel punto Andrea era risalito sul camion e innestata la marcia indietro aveva spianato la pagliota ripassandoci sopra più e più volte   in mezzo alle grida di tutta la popolazione accorsa sul posto. Era quindi ripartito e si era diretto nel compound del Ministero dove aveva lasciato il camion e si era quindi rintanato in casa dopo aver allertato Gigi. Dopo circa mezz’ora la polizia era passata e l’aveva portato via .

Fin qui la cronaca. Di corsa insieme a Gigi ed  Eusebio ci dirigemmo verso la stazione di polizia per cercare di avere notizie. Lungo il percorso alcuni giovani ci indirizzarono commenti poco lusinghieri facendo di tutte le erbe un fascio. Eusebio rispose loro di stare alla larga dicendo che noi non c’entravamo per nulla nell’accaduto. Bisogna dire che in quelle circostanze ed in quei luoghi basta nulla per trasformare un episodio così in una tragedia. Quindi con il cuore in gola raggiungemmo il posto di polizia. Andrea non era trattenuto lì ma nel distretto militare ad alcuni km di distanza. La prima cosa che pensai di fare fu di raggiungere il posto radio e contattare l’ambasciata italiana e spiegare cosa era successo. Quindi dopo aver ricevuto assicurazioni che l’indomani un addetto sarebbe volato a Pemba, mi  diressi verso il distretto. Quando arrivai al cancello già capii che sarebbe stato molto ma molto difficile riuscire a ragionare con i militari. Grazie però alla presenza dell’ingegnere mozambicano che si diede molto da fare, ottenni di vedere Andrea. Premetto che quello che aveva fatto era una cosa  che mai andrebbe fatta in generale, ma data la situazione ed il luogo il fatto rivestiva un carattere estremamente pericoloso. Mi tornavano in mente episodi di altri stranieri lasciati a marcire per anni nelle carceri di altri paesi del terzo mondo in condizioni allucinanti. Mi venivano in mente Papillon con  Steve Mac Queen, ma non riuscivo a sorridere. Entrai seguendo un soldato in un corridoio lungo e buio dove si aprivano celle maleodoranti e buie. Scendemmo diversi gradini e prendemmo un altro corridoio  con altrettante celle. Mi domandavo il perché di un carcere così grande per una cittadina così piccola,  forse era la prigione di tutta la provincia di Cabo Delgado, pensai. Il soldato si fermò di fronte ad una porta e dopo aver aperto il catenaccio si fece da parte ed entrai. La cella misurava 2metri x 3 forse,  non aveva finestre ma solo una bocca di lupo che probabilmente dava in un cortile soprastante da cui scendeva un  pallido chiarore ed un filo di aria.. Andrea, era in piedi in un angolo, le braccia conserte, il volto emaciato e pieno di lividi. Era chiaro che era stato pestato. Cercai di parlargli ma il ragazzo balbettava ed era in uno stato confusionale.  Dissi al militare che era lì di procurare dell’acqua potabile ma era come parlare con il muro. Allora mi venne in mente che forse dovevo utilizzare un metodo più persuasivo e tirai fuori dalla tasca un biglietto da 10 usd, lo strappai in due parti e gliene diedi una.

Se avesse trattato bene Andrea portandogli frutta e acqua, l’indomani gli avrei dato la parte mancante del biglietto. Adesso dovevo correre dal Governatore di Pemba che pensavo potesse essere l’unico in grado di modificare rapidamente questa situazione prima che precipitasse. Con l’esortazione di stare calmo e di non porsi in maniera sbagliata nei confronti dei carcerieri, lasciai Andrea e mi recai di corsa  dal Governatore sperando che mi ricevesse subito.

Filipe Simango era un omone grande e grosso e mi accolse con un ampio sorriso  e 32 denti bianchissimi. Probabilmente pensava che il motivo della mia visita fosse inerente all’acquedotto ma quando gli dissi di cosa si trattava il suo sguardo cambio rapidamente e divenne di ghiaccio. Capii che la trattativa era tutta in salita e quindi iniziai a rassicurarlo sul fatto che il disgraziato che aveva compiuto quella bruttissima azione avrebbe: rimborsato i danni causati, materiali e morali, avrebbe provveduto a scusarsi pubblicamente del suo gesto inconsulto e che l’accaduto  non doveva assolutamente creare ombre sulla  cooperazione tra i nostri due paesi. Già mi immaginavo come sarebbe stato il clima il giorno che avessimo iniziato i lavori dell’acquedotto se questa situazione non fosse stata sistemata e nel migliore dei modi. Detto ciò lo informai del fatto che l’indomani sarebbe venuto un addetto dell’ambasciata che si sarebbe fatto carico del problema, e visto che le mie rassicurazioni erano servite a rasserenare il clima, tolsi il disturbo e tornai ad occuparmi del mio lavoro, non prima però di aver contattato la sede di Maputo, averla messa al corrente del fatto e aver chiesto loro di fare pressioni sull’ambasciata affinché quanto successo non divenisse un problema per tutti gli operai  italiani che   nel prossimo futuro si sarebbero dovuti recare a Pemba per i lavori..

Ma non mi fidavo dell’ambasciata che per mia esperienza diretta non è mai stata molto solerte nell’occuparsi dei suoi concittadini nei guai e quindi l’indomani tornai a vedere Andrea, lo misi al corrente di quanto fatto e continuai ad ungere il militare suo carceriere (che nel frattempo l’aveva riempito di manghi e banane), promettendogli altro denaro, e presi il primo aereo disponibile per rientrare a Maputo .

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