L’aria diventa pesante

La mia casa si trovava a poche decine di metri dalla moschea di Bainem. L’edificio posto lungo un viale di platani in salita verso la foresta ospitava,come quasi tutte le moschee, una scuola coranica ( la madrassa). Quella mattina non insegnavo all’Università e mi stavo preparando ad uscire quando all’improvviso ho sentito delle grida provenire in direzione della moschea. Mi sono diretto di corsa verso il punto da cui provenivano le urla e ho assistito ad una scena che mi ha lasciato senza parole. Gli scolari, tutti bimbetti sotto i 10 anni, erano in fila lungo un muro visibilmente terrorizzati. Un uomo di circa 40 anni con una lunga barba alla talebana, e una galabia bianca, si accaniva con una frusta su un ragazzino a terra urlando a più non posso. Sono intervenuto strappandogli dalle mani la frusta e ammonendolo (parlando in francese) di fermarsi. L’uomo alterato e visibilmente contrariato mi si è scagliato contro inveendo in arabo e spingendomi via. A quel punto un insegnante francese che viveva nel mio stesso stabile, richiamato dal frastuono, si è frapposto tra me ed il “maestro” e dopo alcuni minuti di ulteriore tensione, l’uomo è rientrato dentro la moschea borbottando frasi incomprensibili.
Ho voluto menzionare questo episodio perché il mio intervento aveva scatenato una rabbia indicibile nei miei confronti da parte del maestro che si era visto “sminuire ” il suo potere sugli scolari, da parte di uno straniero per giunta non musulmano! Questo fatto mi serve per introdurre un problema che iniziava a serpeggiare in Algeria in quel periodo. Nel 1978 quando ero arrivato nell’Università ero rimasto colpito dall’atteggiamento moderno delle studentesse che si dimostravano particolarmente emancipate per essere delle donne musulmane. Già nel1980 però si incominciavano a vedere le ragazze che una volta vestivano all’europea, venire in aula col hijab ,

altre apparivano più reticenti ad esprimersi durante le lezioni commentando una tesi o un progetto solamente perché il loro professore era un uomo.Col passare dei mesi iniziarono le minacce, dapprima solo verbali, profferite dai ragazzi nei confronti delle studentesse che sembravano troppo disinvolte e non portavano il velo, poi passarono agli insulti pesanti e quindi alle mani, schiaffi pugni e calci, quindi alcune ragazze finirono in ospedale perché sfregiate sul viso con coltelli.I Fratelli Mussulmani avevano iniziato ad impestare con la loro ideologia il tessuto sociale e si infiltravano nelle istituzioni obbligando coloro che non erano d’accordo,con la forza e la delazione, a subire supinamente.


E pensare che nel 1953 ad Algeri alcune donne si erano tirate via i veli tra gli applausi dei Pied Noirs francesi! Tutto cominciò a cambiare dopo la rivoluzione iraniana di Khomeini e nel 1980, dopo due anni che mi trovavo ad Algeri, nei quartieri più poveri , nelle Università e anche nelle zone per nuovi ricchi come Hydra ed El Biar, si cominciavano a vedere se pur di rado anche i neri costumi importati dall’Arabia Saudita, lunghi fino ai piedi con anche gli occhi coperti con un velo nero e due buchini invisibili, il famigerato Burqua che oggi va tanto di moda in paesi islamici e non solo.
Lasciandomi alle spalle le costruzioni dell’Epau, mi dirigevo con la Land Rover lentamente verso Bainem. Dovevo percorrere circa 25 km e il traffico delle 18 non mi dava scampo. Incolonnato sulla Moutonnière guardavo le vetture al mio intorno ed i loro occupanti. Erano i giorni precedenti l’inizio del Ramadan, il mese sacro dei musulmani, ed in una camionetta Peugeot 204 residuato bellico lasciato da qualche francese scappato dopo la battaglia di Algeri, trovavano posto sul cassone 3 montoni terrorizzati, due bambini e 4 donne completamente velate. Nell’abitacolo due uomini sulla cinquantina fumavano e sputavano tabacco fuori dai finestrini. L’aria salmastra proveniente dal porto che in linea d’aria era a poche centinaia di metri, non riusciva a spazzare il puzzo dei gas di scarico dei motori diesel vetusti che all’intorno davano ancora vita ad un parco macchine disastrato. Alcuni giorni per percorrere la distanza che mi separava da casa impiegavo anche più di un’ ora e lungo il percorso riflettevo sulle contraddizioni di questo popolo e su quale avrebbe potuto essere il suo futuro. In Algeria ci sono diverse etnie, sulla costa est vivono i Cabili, una popolazione autoctona, berbera fiera e indomita.


Durante la guerra d’indipendenza diedero filo da torcere ai francesi e nei secoli precedenti mai hanno chinato la testa ai vari invasori, dai turchi agli arabi. Le loro donne non vanno in giro col velo e il rapporto con gli uomini non è di sottomissione. Spesso sono biondi e hanno gli occhi celesti. Per questo sono invisi alla maggioranza delle etnie arabe e sono stati sempre repressi duramente dai vari governi che si sono succeduti dopo l’indipendenza all’ottenimento della quale i Cabili hanno versato un contributo di sangue non indifferente.
La situazione nei mesi seguenti continuò a deteriorarsi e non fu un caso che la prima vittima della guerra islamista in Algeria scoppiata negli anni che seguirono, fosse proprio una liceale cabila che a Meftah, per aver rifiutato di mettere il velo, fu assassinata con più colpi di fucile alla testa. Il resto è cronaca dei giorni nostri.

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