L’Algeria degli anni 80′

Dal terrazzo del mio appartamento vedevo la fermata del bus che collegava Bainem al centro della città. Decine di uomini donne e bambini cercavano di entrare contemporaneamente dalla  porta posteriore del mezzo già strapieno. Il bus ripartiva inclinato di 30 gradi con la porta aperta e la gente attaccata in qualche modo a qualsiasi appiglio. Qualcuno dopo pochi metri cedeva e rovinava sull’asfalto e le macchine facevano lo slalom per evitarlo.

Lungo il largo marciapiede in terra battuta donne completamente coperte da un niqab bianco con bambini per mano  e in braccio, si dirigevano verso il mercato ortofrutticolo a qualche centinaio di metri di distanza. Pochi negozietti squallidi  con pochissima mercanzia: latte in polvere ricostituito confezionato in buste di plastica ,scatole di latte per neonati Nido, panetti di burro mezzo squagliato appoggiati in improbabili banchi frigo insieme a del formaggio non invitante. Su uno scaffale di fronte scatolette di fagioli o conserva di pomodoro di dubbia provenienza. Tubetti di arissa piccantissima. Semola per il kuskus. Più in là a poche decine di metri il fornaio con le sue baguette appena sfornate. Il profumo, un po’ acido era intenso lungo la strada e si sentiva a distanza. Purtroppo si mescolava con quello delle fogne a cielo aperto che proveniva  dalle stradine tra le abitazioni poste dall’altro lato della strada.

Mi trovavo in un paese che aveva appena perso il suo leader maximo Houari Boumedienne , eroe della guerra di liberazione e primo presidente dell’Algeria libera dal giogo francese ( su quanto fosse veramente libera ho i miei dubbi), che aveva sposato le tesi del socialismo scientifico nazionalizzando tutto il parco imprenditoriale e facendo gestire alle forze armate gran parte delle società. Alla sua morte, avvenuta in qualche clinica russa, il nuovo presidente Bendjedid, si era allineato con il suo predecessore e quasi nulla era cambiato.Gli scaffali erano restati  vuoti e toccava mettersi in fila davanti ai rari negozi che ricevevano qualche mercanzia e che la rivendevano a prezzi esorbitanti.

L’Università dove insegnavo si trovava dall’altro lato della città, ad est nel quartiere di El Harrach. Una strada costiera chiamata familiarmente la “moutonniere’ ( non ho mai saputo se si chiamasse  così perché una volta c’erano molte pecore che ci pascolavano oppure perché le persone incolonnate per kilometri lungo la strada sembravano pecore),

passava per quartieri ad impronta coloniale con porticati e edifici a più livelli ed altri prettamente moreschi con muri alti a protezione di patii di case ad un solo piano. La moschea della Pecherie col suo minareto slanciato nell’omonima  piazza lungo il mare fungeva da ritrovo per i tanti uomini senza lavoro che si aggiravano in una città che stentava a ritrovare lo splendore dei tempi passati.

Le società statali non erano certo il massimo della produttività e gli impiegati non sembravano  avere tanta voglia di lavorare per un salario di pochi dinari al mese, dinari che non avevano praticamente alcun valore. Questo faceva si che per le strade in un qualsiasi giorno lavorativo c’erano caffè pieni di giovani intenti a fumare,giocare a dama o a backgammon, masticando  tabacco che poi veniva sputato sul marciapiede insieme alle scatole di lamiera gettate ormai vuote che assorbite dall’asfalto caldo,brillavano al sole del mattino. Insegnando all’Università ho avuto modo di sedermi in quei caffè in compagnia dei miei studenti e di rendermi conto della dicotomia esistente tra un mondo composto di gente rassegnata, legata al posto fisso nelle imprese di stato, gente ormai spenta e arrabbiata per la sua condizione senza meriti né speranza nel futuro, ed una classe emergente fatta di figli di militari, politici,alti dirigenti delle società nazionali. Per questi ultimi il futuro era la speranza di lasciare il paese per una nazione europea o gli Usa.

Il tessuto sociale algerino inoltre era costellato di cooperanti prevalentemente dei paesi dell’est europa, russi principalmente, ma anche cechi, rumeni, bulgari, e poi cubani. Questi personaggi vivevano in un mondo parallelo perché pagati in parte dai loro paesi di origine in valuta pregiata e localmente dalla controparte algerina nei vari ministeri dove lavoravano, in dinari. Quindi pur se non avevano stipendi da favola comunque erano lontani anni luce dal popolo. I russi che spesso non parlavano altra lingua, erano concentrati tra le forze armate e la società di stato degli idrocarburi, i cechi erano nel mondo dell’insegnamento, i cubani nella sanità e negli ospedali. I cooperanti,o se vogliamo chiamarli istruttori, si controllavano vicendevolmente, cioè soprattutto tra i russi, c’erano degli individui che come compito principale avevano quello di verificare che gli altri non prendessero il volo…cioè sparissero per chiedere asilo politico in qualche paese estero. Non si respirava un’aria di libertà, e a tutto ciò bisognava aggiungere una strisciante ostilità di una parte della popolazione verso i “rouhmi”, cioè i cristiani altrimenti detti non credenti. Ma questo l’avrei vissuto sulla mia pelle in diverse occasioni durante i 4 anni passati ad Algeri

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