Il viaggio

L’aria gelida della notte riempiva il cassone della Land Rover mentre mi apprestavo a caricare il sacco a pelo, alcune bottiglie d’acqua, dei pacchi di biscotti, e la borsa con due maglioni e lo spazzolino da denti. Erano circa le 9 di sera quando insieme a Toufik, un mio studente del 3 anno,lasciavo Bainem per andare a Biskra. Mi ero offerto di accompagnarlo a trovare la sua famiglia durante le festività di fine anno quando mi aveva detto che sarebbe partito con l’autostop.( circa 500 km).La voglia di scoprire il sud dell’Algeria accompagnato da una “guida” locale mi aveva attirato e avevo organizzato la partenza senza pensarci su troppo. La strada si inerpicava lungo le colline dietro Algeri per raggiungere la vallata di Bouira. Poche vetture si incontravano lungo la strada e bisognava fare molta attenzione perché spesso le auto non avevano luci di posizione e lungo il bordo si incontravano  persone ed animali. Passavamo per villaggi con case dalle porte sbarrate e circondate da muri alti e bianchi di calce. Non c’era gente in giro e quei pochi che sfidavano il vento gelido erano coperti da scuri caftani col cappuccio tirato su e filavano di corsa verso casa. Sicuramente erano andati a comprare un litro di latte e qualche galletta per sfamare la loro famiglia numerosa. Così perlomeno mi raccontava Toufik che figlio di un piccolo commerciante, grazie ai risparmi del padre poteva frequentare l’Università e sperare in una vita migliore. Il livello medio della popolazione, più dell’ 80%, aveva difficoltà serie ad arrivare a fine mese. Le famiglie sempre molto numerose seguivano il metodo patriarcale con gli anziani che decidevano tutto e i giovani che se maschi andavano a cercare un lavoro qualsiasi per portare qualche dinaro a casa e se femmine venivano spinte a trovarsi al più presto un marito per sgravare la famiglia dal loro peso economico. Come ho già avuto modo di dire del  20 % restante facevano parte le famiglie dei militari,degli alti funzionari statali, dei politici.

La strada si faceva stretta e tortuosa quando dopo alcuni tornanti raggiungemmo Bou Saada. Era mezzanotte passata e accostammo dietro alcune case dagli alti muri di recinzione  per ripararci dal vento freddo e in qualche modo ci apprestammo a chiudere gli occhi, buttati su una coperta dentro il cassone telonato dell’auto. Il mio amico Toufik aveva solo il suo caftano di lana pesante per ripararsi dal freddo e se fuori la temperatura era di 4/5 gradi, dentro l’auto era molto simile.

La luce accecante del deserto faceva stagliare nel blu cobalto del cielo i grossi massi che sul lato della strada costeggiavano la carreggiata. Il freddo intenso della notte stava lasciando spazio al tepore delle prime ore dopo l’alba, quando da lontano cominciammo a scorgere le oasi prima di Biskra. La città che si trova nell’Aures, è una base eccezionale per visitare quelle zone ancora molto selvagge del sud est algerino. Ci fermammo nell’oasi di Baniane e Toufik mi condusse in una sorta di micro albergo incastonato tra le palme e il letto secco di un wadi.

Dopo una colazione a base di spiedini e latte acido ritornammo sui nostri passi nella penombra del palmeto sottostante l’albergo. Ci accorgemmo allora, che qualcuno aveva divelto i tergicristalli dell’auto e tirato delle pietre contro il radiatore. A poca distanza un gruppo di ragazzi rideva e manifestamente si beffava di noi. La reazione del mio amico fu immediata e si slanciò  contro il gruppo con l’intento di litigare. Non avrei mai immaginato che mi sarei trovato nella condizione di doverlo usare per difendermi, ma rapidamente tirai fuori da dietro il sedile dell’auto un machete che tenevo a portata di mano per ogni evenienza e mi diressi correndo verso il gruppo che già stava sovrastando il buon Toufik che sanguinava da un sopracciglio e inveiva contro i suoi connazionali.

La storia si è conclusa con un po’ di paura e molta rabbia perché il gruppetto si è dileguato al mio sopraggiungere minaccioso ma ha continuato a bersagliarci con pietre e insulti fino a quando non ci siamo lasciati alle spalle l’oasi. Più tardi Toufik mi ha spiegato che quell’atteggiamento aggressivo era stato motivato dal fatto che la targa della mia auto era riconoscibile per essere di uno straniero che lavorava in Algeria. Da quelle parti non hanno un bel rapporto con gli stranieri e successivamente ho anche compreso perché. La maggioranza dei cooperanti non è di religione musulmana, mangia il maiale, beve alcolici, frequenta donne e gode di una notevole disponibilità economica. Motivi più che validi per essere considerati degli infedeli ed essere vandalizzati e se possibile anche ammazzati.

Al nostro arrivo a Biskra, Toufik mi guidò all’interno della città fino a che arrivammo nella piazza del mercato  di fronte alla moschea Barkat Abd Rahman. Il souk si estendeva su una superficie enorme forse quasi un ettaro ed era composto da centinaia di carrettini posti uno di fronte all’altro con una copertura continua di teloni. Praticamente si camminava al coperto lungo stradine larghe forse un paio di metri. Ci siamo fermati per mangiare qualcosa in uno dei tanti botteghini con una fila di sgabelli posti lungo una sorta di bancone di legno. Al di là del tavolone, due uomini grossi e grassi con pantaloni a sbuffo e in camicione che una volta doveva essere bianco, ma che ora tendeva al viola, servivano direttamente in ciotole di coccio prendendo da  due pentoloni fumanti da una settantina di cm di diametro, una zuppa di fave piccantissima e molto saporita. Il frastuono era assordante e l’odore delle spezie si mischiava con quello del gas che alimentava i fornelloni. Nonostante la temperatura fosse rigida le fave ci avevano scaldato e il vociare del mercato ci aveva fatto dimenticare la brutta avventura di Baniane. Uscimmo all’aperto e respirammo a pieni polmoni l’aria frizzante del mattino.

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