Il campo di Bumbuna

Lumley Beach si snoda lungo il tratto di mare che collega la parte bassa della città con la punta di Cape Sierra Leone. E’ un luogo dove i pochi  stranieri  residenti a Freetown convergono per fare il bagno o correre facendo jogging. E’ anche il posto dove facilmente puoi essere derubato se lasci qualcosa in auto. La situazione sicurezza  è sempre uno degli argomenti quando ci si incontra tra espatriati, infatti in tanti hanno subito furti sia in casa o sono stati assaliti mentre si trovavano per strada. Avevo in programma di partire per il sito dove erano stati iniziati i lavori per la realizzazione della diga e dell”impianto idroelettrico di Bumbuna a circa 250 km nell’interno. Il viaggio poteva essere una bella esperienza oppure rivelarsi  problematico proprio per quanto detto precedentemente. Comunque la mattina del 7 agosto verso le 5 caricammo una ruota di scorta supplementare nel bagagliaio della 131 e partimmo sotto una pioggia leggera. Il traffico congestionato della città  si andava riducendo man mano che procedevamo verso est in direzione di Lunsar.

Pulmini stracarichi di persone e di merci ci facevano compagnia strombazzando e lungo il bordo della strada  con improbabili crick, gli autisti cercavano di sollevare camion di decine di quintali per cambiare le ruote esplose su qualche pietra. I profumi della foresta pluviale si mescolavano con il puzzo degli scappamenti che gettavano fumo nerissimo. Dopo una curva a gomito improvvisamente Ali fu costretto a frenare perché c’era un posto di blocco di militari. Stavamo entrando in un’altra giurisdizione e i militi utilizzavano la maniera più semplice per rimpinguare lo scarso stipendio  statale. Visto da osservatore non coinvolto poteva sembrare anche una scena comica: Gimme your papers Sir! You are not allowed here, Sir! You go back Freetown,Sir!…unless….E allora cominciava la trattativa, 1 usd, not enough, Sir! 3Usd,? you give more, 10 usd, Sir! Se non fosse stato per il fatto che il suo collega mi dondolava sotto il naso la canna del suo AK47, avrei potuto divertirmi, ma non ero dell’umore, quindi tirai fuori i 10 usd e dissi ad Ali di procedere il più rapidamente possibile prima che ci ripensassero, quindi feci un gran respiro e tirai giù qualche santo dal paradiso. 

Il campo base della diga era situato  in cima ad un piccolo altopiano immerso  nella giungla tropicale. I lavori iniziati nel 1975 erano  stati interrotti perché il governo della Sierra Leone doveva negoziare con la African Development Bank ( ADB) per ricevere la seconda tranche del prestito che gli avrebbe permesso il completamento della prima fase dell’opera., ma le trattative si erano interrotte per motivi politici e quindi la società, che doveva ancora ricevere svariati milioni per quanto già eseguito, aveva interrotto i lavori e rimpatriato il personale .Nell’ottica però, e nella speranza di riprendere la costruzione della diga in tempi brevi o medio brevi, aveva provveduto a lasciare sul posto due tecnici , un elettricista ed un idraulico ed un “capo campo”, per mantenere la struttura del campo efficiente e proteggerlo anche dalla sicura cannibalizzazione che sarebbe avvenuta il momento che non ci fosse rimasto più nessuno a sorvegliare.

Nel 1986 facevano ormai 3 anni che i lavori si erano fermati e quindi tre anni che il personale viveva in una situazione oserei dire kafkiana. L’isolamento più totale  in cui si trovava il  campo che nonostante i costanti lavori di manutenzione difficilmente riusciva a sottrarsi al disfacimento indotto dal clima tropicale, dalle termiti, e dai saccheggi che comunque erano frequenti, unitamente alle condizioni igieniche che lasciavano alquanto a desiderare, influiva sul morale dei tre “moschettieri” rimasti a salvaguardia del macchinario e del campo.  Il responsabile del campo perfettamente integrato  nella famiglia allargata della moglie sierraleonese, che consisteva di fratelli e sorelle, zii, nipoti, nonni e quant’altro, ormai non aveva più granché di europeo  sia nel vestire che nel parlare un misto di italiano inglese e creolo.

Non abitava nelle strutture containerizzate ma al villaggio di Bumbuna nella casa che aveva acquistato e si recava tutte le mattine al campo per attendere al suo lavoro. Gli altri due, uno con una gran barba e l’altro con lunghi capelli sulle spalle, facevano pensare a degli hippyes degli anni ’70. Dai loro discorsi si poteva capire che erano arrivati al limite della sopportazione, una sorta di “deserto dei Tartari” made in Sierra Leone. Anche perché al di là di quegli interventi manutentivi  che si presentavano ogni tanto, la loro vita era  scandita dalla colazione, dal pranzo e dalla cena che rigorosamente consumavano nella sala mensa  e dal film serale con il vhs. Avevo infatti portato con me una valigia piena di cassette con film nuovi da sostituire a quelli ormai visti e rivisti nei mesi precedenti. Nicola e Mario,questi i loro nomi, versavano in uno stato di prostrazione psicologica e non riuscivano a trarre beneficio persino dalle ferie che ogni 90 giorni trascorrevano in Italia per una settimana. D’altronde era comprensibile come quella situazione, con un domani incerto, potesse influire negativamente su di loro. Un paio di giorni dopo il mio arrivo, mentre stavamo verificando il budget necessario ai prossimi mesi, udimmo il rumore di un motore provenire dal piazzale antistante gli uffici. Erano arrivati due  uomini, che manifestamente conoscevano bene  Nicola e Mario. Grandi saluti e pacche sulle spalle e fui presentato: si trattava di due padri comboniani che risiedevano in una missione situata ad alcuni km da Bumbuna. I due non avevano alcuna caratteristica riconducibile alla loro missione, né l’abito né il modo di parlare. Avrebbero potuto essere altri due operai che lavoravano al campo.  Padre Ernesto e padre Mauro venivano dal Friuli ed era 40 anni che vivevano in Sierra Leone. Il loro accento friulano però non l’avevano perso ed erano benvoluti dalla popolazione indigena che aveva ricevuto da loro istruzione e lavoro. Durante il pranzo ci stavano raccontando alcuni  episodi accaduti nel distretto quando all’improvviso, padre Mauro prese uno stecchino e si portò entrambe le mani vicino all’occhio destro  iniziando  ad arrotolare un verme di colore bianco che stava cominciando ad uscire dalla congiuntiva. Il buon padre si scusò di quanto accadeva e ci spiegò che ormai era pieno di filaria e che nonostante i tentativi di cura non riusciva a guarire. Notai che aveva le gambe gonfie, un altro chiaro sintomo di questa terribile parassitosi. Rimasero a dormire in una delle case del campo e la mattina seguente quando alle 7 andai in mensa per prendere un caffè erano già andati via. Il conoscere i  due padri e le loro disavventure unitamente alla situazione di disagio che avvertivo nei due colleghi, mi fece riflettere non poco su come cercare di cambiare le cose lì al campo. Organizzai quindi dei turni quindicinali durante i quali uno di loro sarebbe venuto a Freetown e sarebbe stato sostituito da un contabile che stava in ufficio in sede. Speravo che il cambio di prospettiva di una settimana al mese avrebbe contribuito a modificare il loro stato psicologico.

Quando ripartii due giorni dopo, Nicola e Mario erano più sollevati e ci salutammo  dandoci appuntamento dopo una quindicina di giorni a Freetown.

L’aria del mattino era fresca. Aveva piovuto tutta la notte e la strada era ridotta ancora peggio che all’andata. Grandi banani spezzati dalla furia del vento erano caduti in mezzo ed occupavano la carreggiata e più volte dovemmo fermarci per spostarli. La 131 faticava entrando dentro i solchi lasciati dal passaggio precedente di un camion e dopo una cinquantina di km un pneumatico si spaccò su una pietra. Sostituimmo la ruota e riprendemmo il cammino. Mi misi io alla guida perché notai che Ali non era a suo agio forse perché si sentiva responsabile di aver rotto una ruota.

All’altezza di Makeni però un posto di blocco della polizia ci intimò di passare da un’altra strada perché             c’era stata una frana. Girai quindi a sinistra in direzione Magburaka. Questa deviazione ci sarebbe costata cara! A parte che avremmo allungato di parecchio il tragitto ma saremmo dovuti passare per una zona non sicura dove avremmo potuto avere dei problemi seri. La strada era molto più stretta e quasi sempre sterrata. Non riuscivo a mantenere una media superiore ai 30 km orari se volevo portare la macchina tutta intera a Freetown. A qualche km da Yonibana forammo la seconda ruota e la cambiammo con quella che avevamo portato di scorta supplementare. Ormai erano le 5 del pomeriggio e ci stavamo avvicinando a Marampa quando la stessa ruota che avevamo sostituito  ,decise di rendere la camera d’aria al signore e fummo costretti a fermarci. Il buio incalzava, perché ai tropici alle 6 già inizia la notte e non avevamo una bella prospettiva davanti. Viaggiare con il buio non era consigliabile forse ma rimanere fermi in attesa di non si sa bene che, sarebbe stato peggio. Quindi decisi di continuare la strada camminando sul cerchione  a 5 km l’ora ! Fu infatti alle 9,30 che arrivammo a Lunsar dove c’era la missione di padre Ernesto e padre Mauro. Non credevano ai loro occhi quando arrivati sotto il cancello suonammo il clacson e ci vennero ad aprire. Ancora qualche km e il cerchione sarebbe arrivato all’altezza del tamburo dei freni!

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