di Cesare Sacchetti

Edgar Allan Poe amava dire che spesso alcuni segreti si presentano proprio di fronte a noi, posti sotto gli occhi di tutti laddove nessuno penserebbe di andarli a cercare.

Non sappiamo se questa regola si applichi anche al caso Cecchettin ma la nostra impressione è che se c’è una verità posta sotto gli occhi di tutti, qualcuno si sta adoperando non poco per insabbiarla.

Solamente fino a pochi giorni fa, ci era stata offerta una versione dei fatti che presentava già non poche incongruenze.

Ci era stato detto che Filippo Turetta avrebbe ucciso la sua ex fidanzata Giulia Cecchettin lo scorso 11 novembre.

La cronaca dei fatti era più o meno questa al principio di questa settimana.

Ci sarebbe stato un alterco a 150 metri di distanza da casa di Giulia tra la studentessa veneta e Turetta e alcune grida di tale discussione sarebbero state udite da un vicino di casa di cui fino ad ora non si conosce ancora l’identità.

Sono le 23:15 e siamo, come detto, a pochi passi da casa di Giulia. La prima versione dei fatti voleva che qui ci fosse stata un’aggressione da parte di Filippo nei confronti della ragazza che sarebbe stata caricata a forza in auto, altro punto che solleva qualche perplessità, nell’auto di Turetta.

Di lì a pochi minuti, le 23:40 circa, sempre secondo quanto era stato detto dai media e dagli inquirenti in un primo momento, i due avrebbero raggiunto Fossò, zona di capannoni industriali, dove il 22enne avrebbe perso definitivamente la testa e ucciso la ragazza a coltellate.

Questo era quello che ci è stato detto. Ci è stato detto che Giulia sarebbe stata uccisa da Filippo con coltellate alla gola e alla testa mentre ora non si sa nemmeno se la ragazza sia stata uccisa o meno con un coltello.

Nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip della procura di Venezia, Benedetta Vitolo, apprendiamo che la causa di morte sarebbe uno “shock emorragico” presumibilmente provocato da una “caduta della giovane” mentre non sembra esserci alcuna certezza che le coltellate siano state inferte o meno.

Quando Filippo arriva a Fossò e presumibilmente uccide Giulia, qualsiasi sia stata la causa della morte, ci era stato detto che c’era un video di una vicina telecamera di sorveglianza che avrebbe ripreso la scena dell’aggressione e dell’omicidio finale.

Avevamo già fatto notare nel nostro precedente contributo le incongruenze al riguardo di questo video semplicemente perché esso non risulta esserci.

Ad oggi, abbiamo a disposizione un fotogramma di una vettura dove non si vede assolutamente nulla e non si vedono nemmeno se dentro l’auto ci sono due persone o meno.

C’è solo una ricostruzione fumettistica del Corriere che non si sa bene come sia stata fatta, visto che il video non sembra essere nella disponibilità dei media.

Adesso, se possibile, le nebbie sul video si infittiscono ancora di più. Secondo il Gip di Venezia si vedrebbero due “sagome” nel video, una verosimilmente più alta e una più piccola, ma i volti delle persone se si tratta di sagome non possono essere presumibilmente identificati con certezza proprio perché queste immagini sarebbero tutt’altro che nitide.

Gli spostamenti senza senso di Turetta

Prima di giungere ad ogni conclusione riguardo alla scena in questione sarebbero necessari ulteriori approfondimenti e sarebbe anche necessario capire il comportamento di Filippo che non ha alcuna logica, anche se, a quanto pare, la procura di Venezia non sembra essere troppo presa dal notare le vistose incongruenze e illogicità della sua ricostruzione degli eventi.

Una volta uccisa Giulia, Filippo invece di disfarsi immediatamente del corpo si prende infatti dei rischi enormi.

Avrebbe messo il corpo nel bagagliaio e si sarebbe diretto dalla provinciale Nord, nei pressi di Fossò, a Padova, per dirigersi a Zero Branco, nei pressi di Treviso, per un tragitto di 39 chilometri.

E la sua apparente irrazionalità prosegue perché Filippo si sarebbe rimesso in macchina dopo la mezzanotte inoltrata del 12 novembre per poi percorrere un tragitto ancora più lungo fino ad arrivare a Pordenone, in Friuli, percorrendo una distanza di ben 100 chilometri oltre ai 39 già fatti prima.

Spostamenti di Filippo

Perchè Filippo fa tutta questa strada correndo enormi rischi di essere fermato da un momento all’altro da una pattuglia della stradale e dei carabinieri soprattutto se si considera che la zona era già in allerta per la scomparsa di Giulia?

Non c’è nessun senso apparente in questa storia, ma questa è la versione che ci è stata data. A Barcis, nei pressi di Pordenone, dopo una distanza così lunga Turetta avrebbe scaricato il corpo in un dirupo della strada val Caltea e qui non si è ancora compreso bene se il corpo sarebbe stato gettato dall’alto, com’era stato detto in un primo momento, oppure portato in spalle lungo il dirupo dallo stesso Filippo.

A quel punto, sarebbe stato più logico da parte sua dirigersi invece verso Sud nei pressi di Valli a soli 27 km di distanza da Fossò, dove avrebbe potuto liberarsi del corpo nelle acque della laguna veneta e dove molto più difficilmente il cadavere della povera Giulia sarebbe mai stato ritrovato.

C’è comunque un aspetto interessante riguardo a Barcis e alla sua storia. Abbiamo visto come intorno a questa vicenda ci siano dei risvolti satanici, e anche la zona scelta da Filippo per liberarsi del corpo della sua ex fidanzata sembra avere qualche legame con il mondo dell’occulto poichè è, a quanto pare, una meta prediletta di esoteristi e stregoni che amano praticare i loro riti vicino al lago artificiale che bagna il paesino friulano.

Filippo poi una volta liberatosi del corpo a non molta distanza da questo lago, si rimette in viaggio verso Nord e prosegue la sua assurda fuga fino ad arrivare in Germania passando per l’Austria, dove risulta studiare presso l’università di Vienna la controversa sorella di Giulia, Elena, che nei giorni scorsi ha lanciato dure invettive contro il patriarcato.

Non ha senso alcuno, così come non ha senso tutto il meccanismo che si è messo in moto da un po’ di giorni a questa parte.

L’altro aspetto che non quadra molto è anche quello del ritrovamento lampo del corpo rinvenuto praticamente subito quando in una zona così vasta ci sarebbero voluti normalmente mesi per setacciare bene il territorio e scovare il cadavere.

Adesso poi apprendiamo un fatto nuovo che sembra demolire anche quest’ultima versione dei fatti. Secondo quanto riferito dalle autorità tedesche che hanno arrestato Turetta a Lipsia nella sua Grande Punto nera non ci sarebbero tracce evidenti di sangue, e ci si chiede come sia possibile se il giovane studente ha viaggiato con il corpo della vittima, morta per uno “shock emorragico”, per 139 chilometri.

Se Giulia ha perduto molto sangue come affermano gli inquirenti dentro quella macchina avrebbero dovuto esserci vistose tracce ematiche e invece, a quanto detto, non sembra esserci nulla di tutto questo.

I media e la magistratura locale sembrano essersi contraddetti più volte se pensiamo che ci sono state fornite versioni contrastanti sulle circostanze della morte di Giulia Cecchettin.

Le domande che ci poniamo a questo punto sono le stesse della volta precedente assieme ad altre che riguardano gli ultimi sviluppi del caso.

Com’è morta realmente Giulia? È stata uccisa a coltellate come detto al principio oppure in seguito ad una caduta che ha provocato una commozione fatale alla testa e com’è possibile che nell’auto di Filippo non siano presenti evidenti tracce di sangue?

La descrizione poi che il Gip Benedetta Vitolo fa di Turetta nella sua ordinanza appare anch’essa contradditoria.

Il magistrato descrive il giovane come “un soggetto totalmente imprevedibile poiché, dopo avere condotto una vita all’insegna di un apparente normalità, ha improvvisamente posto in essere questo gesto folle e sconsiderato.”

E poi si aggiunge subito dopo a motivazione del fermo che “sussiste il pericolo che (Filippo ndr) reiteri condotte violente nei confronti di altre donne”. Per la Vitolo ci sono elementi che portano “a fondare un giudizio di estrema pericolosità, che desta allarme, dato che i femminicidi sono all’ordine del giorno”.

Non si comprende sulla base di cosa possa esserci il rischio che Turetta possa commettere altre violenze e poi proprio contro altre donne, se la causa del suo tormento era Giulia Cecchettin con la quale si era lasciato in precedenza.

Ancora più grave poi ci pare il fatto che un magistrato arrivi a scrivere in un’ordinanza di custodia cautelare che “i femminicidi sarebbero all’ordine del giorno”, dal momento che questo linguaggio non è certo quello che dovrebbe utilizzare un togato che dovrebbe mantenere freddezza e imparzialità e non lasciarsi andare a giudizi di carattere politico sulla presunta emergenza dei “femminicidi” che non trova riscontro alcuno nelle statistiche che abbiamo presentato la volta passata.

Il ddl Roccella contro la “violenza sulle donne”: un’arma in mano alle calunniatrici

Intanto l’enorme clamore che i media hanno sollevato su questo caso, lungi dall’essere risolto, è servito ad una certa agenda liberal-progressista per far passare il ddl Roccella contro la “violenza sulle donne”.

Il testo è composto da 19 articoli nei quali si mira ad aumentare la propaganda femminista sui banchi di scuola nella speranza di annichilire completamente i maschi sin dalla giovane età e di portarli a provare una sorta di senso di colpa nei confronti delle donne solamente per il fatto di essere uomini.

Si vuole instillare il germe della demascolinizzazione sin dalla prima adolescenza così che le future generazioni saranno un domani esattamente il popolo castrato e inerme che il liberal-progressismo desidera.

Un popolo informe e preda delle mescolanze etniche esattamente come lo voleva il famigerato conte Kalergi che aveva fatto del meticciato l’elemento essenziale per giungere agli Stati Uniti d’Europa, che nulla hanno in comune in realtà con le autentiche radici greco-romane e cristiane dell’Europa continentale.

Il ddl poi estende la previsione di adottare persino la custodia cautelare nei confronti degli uomini che sono denunciati o sottoposti ad indagini per presunte violenze domestiche.

La parola “presunte” in questo caso si rivela quanto mai appropriata perché di nuovo le statistiche ci informano di una realtà che non è ovviamente quella descritta dai media.

I numeri sui casi di denunce domestiche dicono che solamente nel 5% dei casi si arriva ad una condanna nei confronti del denunciato. Nel restante 95% ci sono assoluzioni, proscioglimenti e archiviazioni.

Le statistiche relative ai casi di denunce di maltrattamenti contro le donne. Fonte: ministero della Giustizia e dell’Interno

Ciò significa una verità scomoda che non viene mai raccontata al grande pubblico. Le donne che denunciano sono nella stragrande maggioranza dei casi delle bugiarde che cercano di screditare il proprio compagno per ripicca personale e di rado queste signore pagano per le loro calunnie.

Non è solo la questione dei “femminicidi” inesistente sotto un piano logico e giuridico ma lo è anche quella degli abusi domestici.

Se volessimo dirla tutta se c’è una violenza di genere è quella che il mondo femminista sta portando avanti passo dopo passo dalla infausta rivoluzione del 68 che ha partorito l’odierna società secolare nella quale ci sono sempre meno matrimoni e sempre meno figli.

Il femminismo è un intruso che ha distrutto il tessuto di una sana socialità nei rapporti tra uomo e donna. È un veleno che alcuni circoli di intellettuali quali la scuola di Francoforte hanno inoculato nel mondo cattolico per contaminarlo e distruggerlo.

Nel mondo reale però, non di certo quello della carta stampata, non sembra esserci stata la risposta attesa da parte dell’opinione pubblica.

Nelle scuole, salvo alcuni gruppetti di studenti radicalizzati, e probabilmente prezzolati, non c’è stata nessuna particolare agitazione.

C’era indifferenza da parte degli studenti che i non pochi casi hanno anche cercato fonti alternative a quelle del mainstream per comprendere cosa era veramente accaduto sul caso Cecchettin.

Per ciò che riguarda invece gli altri strati dell’opinione pubblica sembra esserci diffidenza accompagnata a rabbia.

Lo stato profondo italiano ha trascinato l’Italia nella sua più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi attraverso la farsa pandemica che è costata il lavoro a milioni di persone e la vita a coloro che si sono inoculati il siero.

Ci sono famiglie che stanno ancora piangendo i loro cari morti dopo aver ricevuto il vaccino e queste famiglie chiedono giustizia anche se i media fanno finta che esse non esistono.

Questo violento e disordinato tentativo di voler spostare l’attenzione sulla falsa questione dei “femminicidi” e questo voler provare con qualche disperato colpo di coda a perseguire l’agenda progressista non risolveranno i problemi delle istituzioni liberali italiane.

Li aggraveranno ancora di più.

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Di THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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