Sono moniti giunti a distanza nemmeno di pochi giorni, ma di poche ore gli uni dagli altri. È un vero e proprio fuoco di fila che si è abbattuto sul governo Meloni per via dei ritardi nell’esecuzione di quello che è noto come PNRR, acronimo che nasconde l’altisonante e vuoto nome del piano di ripresa e resilienza nazionale.

Ad aprire le danze degli attacchi all’esecutivo Meloni è stato uno dei tre pilastri di quella che costituì la famigerata Troika, ovvero il Fondo monetario internazionale già noto, o meglio famigerato, per i suoi “errori” nel calcolare le conseguenze dell’austerità in Grecia.

Errori che costarono la vita a migliaia di greci ed è una realtà con la quale troppo poco spesso si fa i conti. La politica economica non è costituita solo da freddi numeri, ma dal sangue e dalla carne delle persone che la subiscono.

Ora il Fondo torna a farsi sentire e invoca la stessa ricetta distruttiva degli anni passati. L’istituzione con sede a Washington domanda che venga eseguita ancora più austerità.

Per chi fosse digiuno d’economia e di quanto accaduto negli anni passati, è esattamente quanto fatto dall’Italia da quando questa ha adottato il famigerato “pilota automatico” di Draghi che non è altro che il governo sovranazionale degli eurocrati e degli spregiudicati finanzieri.

Ma al Fondo non interessa solamente che si prosegua sulla via dell’austerità. Interessa anche che si applichi l’altro pezzo dell’agenda ordoliberale ovvero il PNRR citato sopra.

Il PNRR non si propone di far crescere il Paese. Potrebbe essere definito per quello che è. Una trappola del debito, questo sì davvero un problema perché contratto con soggetti esteri a condizioni estremamente penalizzanti.

Il PNRR non è altro che una serie di prestiti erogati dalla Commissione europea all’Italia che poi dovrà restituirli attuando le condizionalità richieste da Bruxelles che sono sostanzialmente le stesse imposte alla Grecia negli anni passati.

Privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse. Non è altro che una Troika con una differente veste ma si è deciso di mascherarla sotto un altro nome per far sì che questa non fosse riconosciuta dall’opinione pubblica che ricorda molto bene il massacro subito dalla Grecia.

Il FMI, in altre parole, vuole la grecizzazione dell’Italia ed è questo l’ordine impartito alla Meloni. Portare a termine il piano di disintegrazione economica che è stato attuato dalla classe politica degli ultimi 35-40 anni e che ha avuto una impressionante accelerazione dopo la morte di Aldo Moro che si oppose a tale piano e finì con il pagare con la sua stessa vita per questo.

Al Fondo si è poi aggiunta la Commissione europea che ha trasmesso lo stesso ordine, ovvero la rapida e tempestiva esecuzione del PNRR, seguita poi dalla Corte dei Contidalla CGIL.

Una vera e propria manovra a tenaglia concordata perché tutti i richiami sono giunti a distanza di poche ore gli uni dagli altri.

Quello della Corte dei Conti appare francamente a chi scrive il più scandaloso. La Corte dei Conti ha il compito di vigilare sul bilancio dello Stato ma non ha il compito di indirizzare la politica economica ed è a quest’ultima sfera che il PNRR appartiene.

Se tale piano deve andare avanti o meno va stabilito dall’esecutivo di turno dal momento che la sua attuazione si tratta di una esclusiva facoltà politica del governo e non della magistratura contabile.

Non è un azzardo pensare che forse sia giunta qualche pressione dal Colle sulla Corte dei Conti per fare un appunto del genere al governo Meloni se si considera il fatto che proprio lo stesso Mattarella convocò il premier ad aprileal Quirinale chiedendogli di attuare il PNRR.

E il Colle appare essere un ottimo indiziato anche perché recentemente Mattarella ha nuovamente richiamato il governo sui decreti omnibus anche se alcuni hanno pensato che sia stato solo un pretesto per sollecitare nuovamente l’esecuzione del PNRR.

Queste quattro lettere sono l’ossessione di tutto lo stato profondo italiano. L’ossessione di un sistema di potere che negli ultimi 40 anni ha agito con una sola missione in mente. Quella di compiacere l’agenda di questi poteri globali che hanno in odio l’Italia e che vogliono vedere distrutto un Paese che custodisce la storia della millenaria civiltà cristiana europea.

La fine dello status quo mondialista

C’è però un ostacolo insormontabile all’attuazione di tale piano. L”ordine” transnazionale che garantiva tale agenda si sta estinguendo.

L’epoca del potere illimitato concentrato nelle mani di pochi club transnazionali è venuta meno. Vengono sempre in mente le parole di uno degli esponenti più famigerati di tali poteri in Italia ed uno degli uomini che ha lavorato pervicacemente al piano di annichilimento dell’Italia, Massimo D’Alema.

D’Alema disse esplicitamente che l’epoca del Nuovo Ordine Mondiale che si pensava fosse ormai senza ostacoli dopo la caduta del muro di Berlino era sfumata. Le nazioni e non più gli imperi sono tornati al centro del processo storico.

L’impero angloamericano sul quale si fondava tutto il sistema di potere mondialista sta tramontando dopo l’avvento della presidenza Trump e con l’attuale presidenza Biden che piuttosto che arrestare il processo sembra paradossalmente accelerarlo o quantomeno non fa nulla per affermare nuovamente il dominio unipolare di Washington.

A Est, arrivano altri tremendi colpi all’unipolarismo della NATO da parte della Russia di Putin che attraverso la sua operazione militare in Ucraina sta chiudendo l’epoca del dominio unilaterale che era iniziato dagli anni 90 in poi.

Il contesto storico ha dunque bloccato l’esecuzione di un disegno che ormai per delle imprescindibili e insuperabili ragioni geopolitiche si rivela impossibile da proseguire per via dell’assenza di garanti forti come Washington che ne garantivano l’esecuzione.

Draghi lo scorso anno probabilmente in parte lo ha compreso. L’uomo del Britannia fu chiamato per completare il lavoro di dismissione che era stato iniziato proprio da lui la famigerata notte del 2 giugno 1992.

In questo ciclo, il PNRR avrebbe dovuto essere il naturale proseguimento e conclusione di quanto iniziato 31 anni prima.

Draghi aveva accettato di assolvere ancora una volta al ruolo di sicario della politica in cambio della ricompensa del Quirinale.

Ma poi quella politica che si prostrò ai suoi piedi tutta aveva scoperto che in fondo Draghi faceva più comodo dov’era a palazzo Chigi.

La farsa pandemica era fallita già lo scorso anno. Sullo sfondo restava e resta un cumulo di macerie sociali ed economiche lasciate dalle restrizioni attuate dal duo autoritario Conte-Draghi e una scia di morti che continua a crescere giorno dopo giorno per il fenomeno dei “malori improvvisi”, ultima espressione per nascondere i danni delle campagne vaccinali di quel buio periodo storico.

Molto meglio quindi nascondersi dietro il parafulmine di un tecnico e lasciare che sia lui a gestire l’incandescente situazione socio-sanitaria.

Draghi, compresa la malaparata, tolse il disturbo e da allora c’è una fuga vera e propria da palazzo Chigi.

Una volta c’era la zuffa per sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio. Ora tutti se ne tengono distanti perché sedersi lì dopo aver partecipato al massacro pseudo-pandemico significa mettere la propria faccia sul disastro.

La Meloni si ritrova a rivestire i panni di un agnello sacrificale che evidentemente non vuole essere macellato.

E’ dallo scorso ottobre che il presidente del Consiglio è in pratica stabilmente assente da palazzo Chigi.

La Meloni ha accumulato una serie interminabile di viaggi all’estero che non sono certo politica estera ma piuttosto passerelle e scuse per tenersi il più lontana possibile da Roma.

Così com’è chiaro che la pasionaria di Fdi cerchi continui strappi e provocazioni verso i suoi alleati nella speranza che siano questi prima o poi a far saltare il banco.

Segnali di pesante malcontento ci sono già stati quando la Meloni, di nuovo all’estero in visita a Londra, è andata sotto al Parlamento per la votazione sul DEF.

Piccoli grandi segnali di crescente intolleranza nei confronti di un presidente del Consiglio che ha lasciato a bocca asciutta i suoi alleati anche sulle partecipate dove sono stati messi sostanzialmente esterni e non gli uomini che avrebbero voluto mettere Salvini e Berlusconi.

L’establishment deve aver compreso molto bene il giochino e inizia ad essere stufo di un premier recalcitrante ad eseguire gli ordini non certo per una riscoperta e mai realmente esistita vocazione sovranista.

La Meloni semplicemente non vuole buttarsi nel fuoco per eseguire quello che non può più essere eseguito a patto di essere travolta da un Paese già in ebollizione per quanto accaduto negli ultimi 3 anni e che lo è ancora di più dopo quanto accaduto in Emilia, dove si è tentato di nascondere la rabbia dei romagnoli sotto gli applausi di pochi figuranti chiamati a raccolta per applaudire la Von der Leyen.

C’è uno status quo che non può più essere tenuto in vita ed è veramente al suo ultimo giro di giostra. La situazione era già compromessa dopo la fine del governo Draghi e il governo Meloni pare essere solo accanimento terapeutico.

Ciò spiega anche perché tutti siano impegnati a tenere in piedi un esecutivo sempre più virtuale.

L’opposizione non si oppone. Non ci sono certo barricate dalle parti del PD che sotto la direzione Schlein viaggia verso sempre una più probabile scissione.

Al contrario giungono sempredichiarazioni distensive da parte degli esponenti democratici nei riguardi della Meloni.

Tutti vogliono che la Meloni resti dov’è perché dopo questo governo per questa classe politica appare esserci semplicemente il vuoto.

Il ciclo di questa classe politica era iniziato nel 1992 quando ci fu un golpe giudiziaro ordinato da Washington per rimuovere la precedente classe dirigente e lasciare il posto solamente all’ex PCI che aveva già indossato i panni del PDS.

La missione affidata ai “nuovi” attori di quegli anni era quella di trascinare l’Italia nella gabbia di Maastricht e nella globalizzazione.

Venuto meno l’ordine transnazionale che aveva partorito l’attuale classe politica viene meno inevitabilmente la stessa ragione che giusticava la sua esistenza.

C’è poi un altro aspetto che rende ancora più precaria la vita del governo e riguarda il terzo alleato, Berlusconi.

Il leader di Forza Italia è praticamente assente dalla scena politica. Sono molti i misteri che aleggiano attorno alla sua degenza al San Raffaele a partire dallo strano video a bassa risoluzione di 21 minuti impensabile per un paziente 86enne così malandato come Berlusconi e dopo 30 giorni di ospedale.

Così come ancora più strana è apparsa l’immagine di Berlusconi che esce dall’ospedale con un volto che a molti è sembrato quasi carnevalesco.

La situazione incerta del leader di Forza Italia pare destinata ad accorciare l’aspettativa di vita di un esecutivo che annaspa su tutti i fronti.

Ciò non cambia il vero e decisivo dato di fondo. C’è un ciclo storico che si sta chiudendo. Si chiude l’era del potere assoluto di Davos, del club di Roma e del gruppo Bilderberg. Ne inizia un’altra fondata sul multipolarismo e sugli Stati nazionali.

Ed è da tale transizione storica che gli appartenenti allo stato profondo italiano sono terrorizzati.

È il terrore di chi sa che la storia sta facendo il suo corso e che questo comporta l’inevitabile estinzione di chi invece appartiene al vecchio mondo che sta sparendo.

Lo stato profondo italiano chiede alla Meloni di fermare la storia ma la storia non si ferma e quando passa travolge tutti coloro che si mettono sul suo cammino.

Cesare Sacchetti

Fonte

Di the milaner

foglio informativo indipendente del giornale

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