La giornata della memoria, ricordi di famiglia

Come ogni anno è arrivata puntualissima la Giornata della Memoria e da quando mio papà è mancato, io mi sento in dovere di celebrarla facendo conoscere la sua storia, è un obbligo morale al quale non posso sottrarmi e quest’anno andrò a Milano in una scuola superiore proprio per onorare questo obbligo. Negli ultimi anni della sua vita era mio padre che andava nelle scuole a raccontare con semplicità e senza drammatizzare troppo i fatti, la sua vicenda incredibile.

Era molto amato dai ragazzi che incontrava e al termine della conferenza che teneva (mai troppo lunga e mai troppo pesante) papà distribuiva ai giovani le sue “perle di saggezza”, un piccolo opuscolo con il suo pensiero sulla vita. I ragazzi  ne erano felici e lo tempestavano di domande, lui rispondeva a tutto e spesso si commuoveva parlando di me, della sua prima figlia, nata quando lui era nel lager e forse, proprio per questo, a lui tanto cara.

Mi ha sempre detto che il pensiero di un figlio che lo aspettava a casa lo aveva aiutato a tenere duro, a lottare a non arrendersi mai. Il nostro incontro non fu dei migliori,  mia madre mi raccontò che  rientrò a Milano nell’agosto del 1945 su una camionetta militare, tutti gli abitanti della  Via Monte Generoso erano scesi in strada perchè sapevano del suo rientro, lei emozionatissima corse incontro alla prima persona che scese dalla camionetta e la abbracciò, poi si accorse che non era papà, ma un’altro alfista rientrato con lui.

Ma non era ancora finita… ansioso di vedermi, papà corse in camera da letto della nonna e mi trovò seduta sul lettone, mi prese in braccio d’istinto e io, spaventata, mi misi a piangere disperatamente, avevo solo 10 mesi e il mio papà non l’avevo mai visto. Lui restò male, ma poi capì. Questi aneddoti li ho sentiti tante volte dai miei genitori, li accompagnavano con delle sonore risate.

Poi la vita ritornò piano piano nella normalità, mio padre si curò, rientrò al lavoro in Alfa Romeo, ritornammo nella nostra villetta di Via Airaghi 44 e continuammo a vivere. Ci sarebbe molto da raccontare del “dopo” che apparenteente non lascia segni e che invece ti cambia per sempre, ma preferisco scrivere un libro, questa idea mi frulla nella mente da qualche anno e forse è venuto il momento di farlo.

In questa giornata come questa che è vissuta da tante figlie e figlie di deportati con affetto e rispetto per ciò che i loro cari hanno subito, io vorrei solo che mio padre spalancasse la porta di casa mia, come faceva spesso negli ultimi anni, e mi abbracciasse forte, probabilmente questa volta piangeremmo entrambi, ma sarebbero lacrime di gioia.

Manuela Valletti

 

La vicenda incredibile di Ferdinando Valletti che nel 1944 venne arrestato dai nazisti a Milano per aver collaborato alla realizzazione dello sciopero generale del marzo presso l’Alfa Romeo e venne deportato a Mauthausen e in seguito a Gusen I e Gusen II, Valletti, dopo tribolazioni disumane riuscì a salvarsi grazie alla sua passione per il calcio. Nando giocava infatti nel Milan e alle SS mancava un giocatore per la loro squadra, lo presero e gli intimarono di giocare, Valletti sapeva che se avesse fallito sarebbe stato ucciso all’istante e cosi, nonostante le sue precarie condizioni di salute, rischiò il tutto per tutto e ce la fece. Giocò e si guadagnò un lavoro che gli permise di aiutare altri compagni e di salvare le loro vite. Tornò a casa nell’agosto del 1945 e conobbe finalmente la sua bambina. Ferdinando Valletti era mio padre. Nel 2017 Ferdinando Valletti è stato dichiarato Giusto tra le Nazioni

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione e d'opinione dell'associazione Milano Metropoli.org

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