Le leggende metropolitane di Milano

Paolo Toselli, scrittore e ricercatore, ci fa scoprire le tante storie non vere entrate nell’immaginario collettivo di Milano

«Le leggende contemporanee, come preferisco definirle, sono un genere folklorico di comunicazione collettiva. Mescolano vero e falso. Il comune denominatore è la verosimiglianza e il finale sorprendente. Nascono non a tavolino come le fake news ma da una discussione collettiva e quando raggiungono il livello di storia esemplare cominciano a circolare. Spesso sono risposte alle paure e alle angosce della nostra società. La leggenda ha la capacità di “persistere” nel tempo se conferma la nostra visione del mondo».

Ad esempio?

«C’è la leggenda del cane-topo che ha iniziato a circolare a Milano nel 1985 ed è una delle più longeve: una coppia di giovani trascorre le vacanze in un Paese esotico, sulla spiaggia trovano un cagnolino solo. Si affezionano e decidono di portarlo a Milano con sé. Qualche giorno dopo invitano a cena una coppia di amici che porta con sé un gattino. A un certo punto questo sparisce. Trovano il cane con la bocca sporca di sangue. I padroni del cane lo portano del veterinario che, dopo il racconto, rivela di aver capito tutto e di dover fare una puntura. Per sopprimerlo, in quanto pericolosissimo topo di fogna. Questa storia è nata negli Stati Uniti, con la variante che il cane-topo era originario del Messico. Lì come da noi è una risposta al timore dell’immigrazione, all’idea che lo straniero posso compiere del male quando meno ce lo si aspetta».

Una leggenda metropolitana che riguarda un personaggio reale?

«C’è quella su Bettino Craxi, risalente ai primi anni ‘90. Diceva che la fontana davanti al Castello, sparita negli anni ’50 per far posto alla fermata Cairoli, era stata trasferita nei giardini della villa di Hammamet. Un testimone, un ex poliziotto, giurò di averla vista in una fotografia nel corso di un processo di Mani Pulite. Ma la fontana si trovava smantellata in un deposito del Comune, prima di tornare a zampillare nel 2000. In quel periodo rispecchiava un diffuso sentimento popolare di attribuire ai politici ogni malefatta».

Storie più recenti?

«La variante della storia in cui le donne spariscono dal camerino, la cui rima versione risale alla metà degli anni ’90. Una donna si reca in una boutique di via Montenapoleone per provare un vestito mentre il fidanzato aspetta fuori, e non esce più. Il ragazzo entra e chiede al commesso. Nessuno l’ha mai vista. Allora chiama la polizia che fa irruzione, e trova nel camerino una botola segreta che conduce ad una sala operatoria clandestina, dove la donna è distesa, pronta per un’estrazione di organi. In tempi recenti circola la stessa storia ambientata in un negozio cinese».

I social network contribuiscono ad amplificare le urban legend?

«Le cristallizzano, limitandosi a fare copia e incolla. Spesso associano alla storia foto pescate a caso. Creando non pochi problemi. L’anno scorso ad Halloween si diceva che ci fosse un furgone bianco da cui uscivano finti clown per rapire i bambini, con foto della targa. Ma era quella di un’azienda di pulizie».

THEMILANER

foglio informativo dell'associazione e d'opinione dell'associazione Milano Metropoli.org

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