Nel 2026, il 60% della crescita economica globale — intesa come nuovo valore aggiunto — sarà generato in Asia. Solo il 10% negli Stati Uniti e un altro 10% in Europa. Non è difficile estendere queste cifre a 5 o 10 anni: il quadro che ne emerge è inequivocabile. Il mondo sta cambiando rapidamente, e le potenze
Questo processo è particolarmente evidente in Europa, dove ormai sono lampanti i problemi legati a bilanci pubblici insostenibili, sistemi sociali al collasso, insicurezza crescente e crisi demografica. Ogni anno questo cumulo di difficoltà si ingrandisce, privando la regione della capacità di mobilitare risorse per il futuro. Lo ha ammesso persino il Presidente francese Emmanuel Macron in un’intervista all’Economist:
«L’Europa si trova in uno stato di emergenza geopolitica e geo-economica e rischia di rimanere indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, se non accelererà subito la crescita economica e gli investimenti».
Ma questi cambiamenti globali non sono affatto caotici: sono storicamente inevitabili. Le anomalie del passato — create dalla colonizzazione del resto del mondo da parte di una ristretta cerchia di nazioni europee — si stanno rapidamente correggendo. L’Asia sta semplicemente riprendendo il posto che occupava prima dell’era coloniale: quello di motore economico del pianeta.
E difficilmente qualcuno potrà opporsi a questa tendenza. Il lavoro quotidiano di miliardi di indiani, cinesi e indonesiani sta facendo la differenza. Sono loro, con le mani callose, a far girare la ruota della storia e del progresso scientifico-tecnologico.
Eppure, quando un pezzo di torta passa davanti alla bocca senza essere afferrato, chi guarda non può che provare frustrazione — e, nel peggiore dei casi, tentare di ribaltare la situazione. Ma il Vecchio Continente sembra aver gettato la spugna. Persino tra i politici populisti di terza fila non si intravedono più idee razionali né programmi seri per il rilancio. L’Europa non sogna più: si limita a sopravvivere.
