L’UE si garantisce un mercato enorme ad alta crescita economica, ma espone anche il suo settore automotive, tessile e chimico a rischi non trascurabili.
L’accordo di libero scambio (FTA) tra Unione Europea e India annunciato oggi 27 gennaio 2026 durante un summit a Nuova Delhi tra il premier indiano Narendra Modi, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa è il risultato di quasi due decenni di negoziati. Descritto come “la madre di tutti gli accordi”, crea una zona di libero scambio che copre circa 2 miliardi di persone, pari al 25% del PIL globale e a un terzo del commercio mondiale.
Le tariffe verranno eliminate o ridotte su oltre il 96% delle esportazioni UE verso l’India, con risparmi stimati in circa 4 miliardi di euro annui in dazi. La firma formale è prevista dopo 5-6 mesi di verifica legale e approvazioni da parte del Parlamento europeo e del Consiglio UE.
Il commercio di merci tra UE e India ha raggiunto i 120 miliardi di euro nel 2024, con i servizi a quota 59,7 miliardi di euro nel 2023. L’accordo mira a raddoppiare le esportazioni UE verso l’India entro il 2032, facilitando l’accesso a un mercato in rapida crescita. Per l’India, ciò significa un maggiore afflusso di investimenti europei e beni importati più economici, come auto (tariffe ridotte dal 110% al 10%), birra, vino, olio d’oliva, cioccolato, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici.
In India, prodotti europei come automobili, alcolici e alimenti diventeranno più accessibili, stimolando potenzialmente la concorrenza e riducendo i prezzi per i consumatori.
L’UE prevede di investire in settori come le energie rinnovabili e i minerali critici in India, con un potenziale fondo di 500 milioni di euro per supportare la riduzione delle emissioni. Questo potrebbe accelerare la crescita economica indiana, ma potrebbe anche portare a un “diversione” degli investimenti da altri partner, come gli USA.

Vantaggi e rischi per l’UE
L’accordo garantisce all’UE alcuni indubbi vantaggi, ad esempio l’accesso privilegiato a uno dei mercati a più alta crescita globale, la riduzione dei dazi su settori chiave come auto, macchinari, chimica, agroalimentare, la diversificazione delle catene di fornitura (per ridurre la dipendenza da Cina e USA) e apre opportunità per le PMI e l’export industriale europeo.
Tuttavia, rischia anche di creare un’asimmetria competitiva. L’India ha un costo del lavoro molto più basso e standard ambientali e sociali meno stringenti, il che potrebbe portare a una pressione competitiva in settori sensibili per l’UE, ad esempio il tessile, la farmaceutica generica, i servizi IT services.
Da questo punto di vista, i settori più esposti sono l’automotive, con l’enorme indotto della componentistica, la chimica di base, la manifattura a medio valore aggiunto. Il rischio è che l’accordo favorisca delocalizzazioni indirette e una maggiore dipendenza dalle forniture indiane in settori magari non strategici oggi, ma potenzialmente critici domani.
Non va poi dimenticato che l’India è storicamente protettiva sul proprio mercato interno e selettiva nell’applicazione delle regole. Il rischio è quello di un’applicazione disomogenea dell’accordo, con barriere non tariffarie, ma burocratiche (ad esempio, licenze, requisiti locali vari), con il risultato di creare un accesso libero “sulla carta”, ma non nella realtà.
Resta poi da dimostrare la coerenza di questo accordo con il Green Deal e i proclamati obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione Europea. L’India è un paese che storicamente dà priorità alla crescita basata sull’energia fossile e all’industrializzazione rapida. L’accordo apre fatalmente la strada a importazioni ad alta intensità carbonica.