di Rosa Maria Corti

C’era una volta, tanto tempo fa, nel cuore di un bosco chiamato “Bosco Vecchio” a causa della vetustà e maestosità dei suoi alberi, una comunità di folletti che aveva stabilito la sua dimora presso un roccione rivestito di muschi secolari. Costoro erano ben conosciuti dalla popolazione del villaggio a causa del loro comportamento birichino e malizioso, capitava, infatti, che riuscissero a
intrufolarsi nelle case per rubare un pezzo di focaccia alle erbe oppure che, urlacchiando, si mettessero a correre tanto velocemente da non riuscire a distinguerne le forme con grande spavento di chi si trovava a passare nei pressi della loro dimora.
Altre volte però, in cambio di una piccola pagnotta lasciata vicino alla falce nell’ora della siesta, gli alpigiani avevano la sorpresa di trovare i prati già falciati. Uno di questi folletti, che si chiamava Zincarlìn ed era particolarmente curioso e sornione, un bel
giorno venne a sapere da altre creature della foresta che, al limitare di Bosco Vecchio, là dove finivano larici e abeti e iniziavano i pascoli, si sarebbe tenuto in occasione del solstizio d’estate il Grande Raduno di tutte le streghe della zona. Per convincere i suoi compagni e le comunità di folletti che vivevano nelle vicinanze ad assistere all’evento, prese ad andarsene in giro come un provetto araldo dicendo a tutti quelli che incontrava: “Venite! Venite al Grande Raduno, non perdete lo spettacolo
più importante della vostra vita! Ne vale davvero la pena, non vi pentirete d’avermi dato ascolto.”
Alcuni folletti, incuriositi, si lasciarono convincere e, al momento opportuno, si recarono al punto d’incontro stabilito. Fu così
che si radunò e si mise in marcia un’allegra e variopinta brigata.
C’erano, infatti, i folletti del Bosco Varisello e quelli del Bosco Meriggio con le scarpe ricavate dalla corteccia di vecchi faggi, quelli di campo dei Monti che indossavano gilè tessuti con felci e narcisi, quelli provenienti dall’abetaia di Squadrina e di Pesciò che sfoggiavano un corto mantello foderato con foglie aghiformi. Vi erano inoltre quelli dei boschi di Ponna, del Pian delle Noci e della Valle dell’Erba Fredda, ciascuno con un distintivo del suo luogo d’origine. Il nostro folletto indossava un farsetto imbottito di muschio e ricamato con foglie rosse, gialle e oro che sfumavano nelle varie
tonalità di verdi intensi e vellutati. Dopo i convenevoli di rito il gruppo partì. Furono percorsi a passo sicuro sentieri appena accennati, risaliti molto velocemente ripidi pendii e attraversati baldanzosamente alcuni torrenti; alla fine il luogo del Grande Raduno si offrì in tutta la sua bellezza alla vista dei folletti. Si trattava di un’ampia radura al cui centro si ergeva un albero di eccezionale grandezza e altezza, a pochi passi da una cascata che precipitava con un salto vertiginoso sprizzando tutt’intorno fasci di goccioline che scintillavano al pari di pietre preziose.
“Eccoci arrivati!”, disse allora il nostro curiosone, che conosceva il bosco e la montagna come le sue tasche, per averli percorsi di giorno e di notte, allo sbocciare della primavera o nel cuore dell’estate, nelle giornate brumose d’autunno o nella gelida aria invernale.
“Adesso, però, sarà meglio nasconderci, nessuno deve supporre la nostra presenza o saranno guai seri. Corriamo il rischio, come
minimo, di essere trasformati in pipistrelli o in bisce!”
Allora in silenzio e sveltamente tutti cercarono un nascondiglio. Qualcuno si acquattò dietro un fitto cespuglio, altri cercarono
di mimetizzarsi coprendosi con delle frasche, altri ancora si sistemarono nel cavo di vecchi alberi sedendosi sul soffice terriccio. Poi, nel silenzio rotto soltanto dal canto di qualche uccellino o dal rosicchiare degli scoiattoli, incominciò l’attesa.
Con il calare della notte tutta la valle fu avvolta da una profonda oscurità e, nel silenzio fattosi ormai assoluto, il cuore dei piccoli folletti incominciò a battere più forte. All’improvviso, infatti, sopra le nere sagome degli alberi, un diffuso chiarore metallico
rischiarò il cielo e lunghe ombre minacciose si disegnarono nella radura. Illuminato dalla luna piena, il paesaggio assunse un aspetto livido e spettrale e anche il rombo della cascata sembrò farsi più cupo e minaccioso, tanto da far tremare anche il più calmo e coraggioso dei montanari.

A tutti i folletti venne la pelle d’oca e si rizzarono i peli in testa. La tensione crebbe ancor di più quando, all’improvviso, si udirono
schiamazzi, canti e grida acute accompagnate dal suono di campanacci e corni, in un crescendo sempre più assordante. Infine, facendo un baccano infernale, le fattucchiere arrivarono e presero possesso della radura. I folletti, con il cuoricino in tumulto, spa –
lancarono gli occhi per lo stupore. In prima fila vi erano belle fanciulle vestite solo d’una reticella che trascinavano con una corda
alcune caprette, seguivano streghe un po’ più in là con l’età che cercavano di mascherare i capelli ormai ingialliti con coroncine di gratacul1 e di occultare il collo avvizzito e rugoso con enormi collane di castagne; chiudevano la fila alcune vecchie rinsecchite, con nasi adunchi e verrucosi, che gracchiavano come corvi e sospingevano con un bastoncello due grosse mucche. Su tutte dominava un vecchio barbuto con i capelli lunghi e ondulati che si fondevano con il vello grigio che gli ricopriva quasi completamente il corpo.
Restavano scoperti oltre al viso solo le mani, le ginocchia e i grandi piedi scalzi. Attorno alla vita indossava una cintura di foglie di
quercia e si appoggiava a un bastone con sette nodosità, terminante nella parte superiore con il volto di una vecchia stretto in un cappuccio.
A un cenno dell’uomo le fattucchiere si zittirono, poi si presentarono una a una, a cominciare dalla più anziana, proveniente
dalla Vallaccia, che dimorava presso un torrente ed era di colorito
verdognolo come le muffe che ricoprivano il suo tugurio. La strìa s’inchinò, presentò il suo omaggio, una singolare corona formata da cupole di ghiande e funghi, poi lasciò il posto a quelle del Monte Gringo, del Belvedere di Pigra, di Lezzeno, di Piazza Baladè e infine a quelle di Rovio che, nel frattempo, si erano azzuffate fra loro con botte e risposte degne degli antichi poemi.
Il vecchio uomo dei boschi, che si era accovacciato per terra, le osservava con sguardo severo, accettava i loro doni dietro una
maschera d’indifferenza, conservando il suo mutismo e senza mai abbandonare il suo singolare bastone. Terminate le presentazioni, le streghe si misero a raccogliere rami secchi con i quali in un batter d’occhi fu approntata una catasta per fare un bel fuoco. Quando le fiamme si levarono alte verso il cielo, alcune presero a pestare i piedi e a ridacchiare, altre a mungere le caprette e le due vacche.

A quel punto l’Om selvàdeg2 si alzò in piedi e col bastone diede un colpo violento su un grande paiolo a forma di campana rovesciata il quale venne preso e messo sul fuoco dalle ragazze più giovani che provvidero a versarvi dentro il latte appena munto. Dopo aver agitato il contenuto con il suo bastone, il vegliardo estrasse da un sacchettino di pelle che portava appeso alla cintura una strana polvere e la gettò nel paiolo. Il nostro folletto, che per avere una visuale migliore si era arrampicato come gli scoiattoli sulla cima di un albero, vide chiaramente che, sotto l’azione del calore e di quella misteriosa polvere, il latte si trasformava magicamente in una massa gelatinosa.
Il vecchio, a quel punto, con movimenti lenti e delicati, diretti dal centro alla periferia, prese a rivoltare gli strati superiori di quella massa biancastra, poi, trascorsi una decina di minuti, prese a rigirarla nuovamente e a frantumarla con un rametto di ginepro sfrondato e forcuto, fino a ridurla in piccoli grumi. I folletti erano esterrefatti e uno di essi per poco non svenne dalla paura quando una Strìa si avvicinò al suo cespuglio per raccogliere altra legna che fu gettata prontamente sul fuoco. Intanto il Selvatico continuava a rimestare e non smise neppure quando la caldaia fu allontanata dalle fiamme. Dopo una ventina di minuti, fra le grida d’entusiasmo delle convenute, il vecchio estrasse con l’aiuto di una tela la pasta compatta così ottenuta e la sistemò dapprima su un tronco inclinato per eliminare il liquido in eccesso, poi in piccoli contenitori di corteccia tenuti stretti attorno al composto con un rametto di salice a mo’ di legame.
A quel punto alcune strìe, al grido di “Cacio! Cacio!”, cominciarono a compiere giri sempre più veloci attorno al fuoco, altre si
misero a saltare, altre ancora a ballare e a cantare a squarciagola. Spaventate dal gran baccano le caprette si misero a belare, le mucche a muggire, alcuni cervi a bramire, le volpi a squittire, un vecchio gufo a bubolare; alcuni conigli selvatici se la diedero a zampe, mentre gli scoiattoli presero a lanciare nel fuoco pigne su pigne che subito s’incendiavano con mille scintille e forti scoppiettii. Il calore era così forte che alcune strie, divenute paonazze, incominciarono barcollare, altre caddero all’improvviso, molte presero a singhiozzare, altre ancora, invece, cominciarono a ruttare e a emettere rumoracci.

A quello spettacolo i folletti iniziarono a ridere fino alle lacrime. Dimentichi di ogni paura, si guardavano, si lanciavano strizzatine d’occhi e giù di nuovo a ridere fino a piegarsi in due. Alcuni dovevano tenersi la pancia, tonda e levigata come un ciottolo di
fiume, altri le costole, altri ancora si appoggiavano al tronco di un albero o alle spalle di un vicino per non cadere. L’ilarità sembrava non dovere avere mai fine.
Intanto le stelle avevano incominciato a impallidire e quando l’alba si annunciò con una luce sempre più luminosa, il baccanale
cessò. Una dopo l’altra le strìe svanirono come il fumo che esce dai comignoli delle case dei contadini, portandosi via ogni cosa e
lasciando l’erba tutta pestata come unico segno del loro passaggio. Quando i primi raggi vennero a frugare dentro la radura, anche i folletti decisero di prendere la via del ritorno. Leccandosi le labbra(erano riusciti ad assaggiare qualche pezzettino di cacio fresco sfuggito dalle mani del vegliardo), prima di separarsi, si diedero appuntamento per l’anno successivo, decisi a ripetere quell’esperienza e, soprattutto, straordinariamente gustosa.
Dopo aver battezzato il luogo del Grande Raduno come “Piana del Silvàn3 ”, in omaggio a colui che aveva dimostrato di conoscere bene la natura e di detenere il segreto dell’abilità casearia, ovvero di conoscere l’arte della conservazione del latte mediante la sua trasformazione in formaggio, Zincarlìn e la comunità di “Bosco Vecchio” presero il sentiero che riportava alla gigantesca roccia, trotterellando dietro un volo di farfalle multicolori, col pensiero già rivolto agli scherzetti che avrebbero presto giocato agli abitanti del villaggio.

Nota

  1. Gratacùl: rosa canina.
  2. Om selvàdeg: uomo dei boschi, il Selvatico.
  3. Silvàn: colui che abita la selva.


I

Di THEMILANER

foglio informativo indipendente dell'associazione MilanoMetropoli.org

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